La Principessa Fiona

Di tutte le categorie di allevatori che esistono al mondo, personalmente non posso annoverarmi tra quelli che lo fanno di mestiere – non ho la struttura nè l’intenzione di circondarmi di cani da mettere in riproduzione a ciclo continuo per sfornare 24 cucciolate l’anno – sicuramente non lo faccio per arricchirmi – con i proventi delle Idrovore, ripuliti delle spese necessarie a tenere in piedi la baracca (letteralmente), c’ho comprato due scatole di Moment – nè, devo dire, per la tutela della razza in senso lato.
Piuttosto allevo per garantire una continuità genetica ai validi esponenti di razza che la sorte ha generosamente piazzato nel mio cortile, lavorando con criterio perchè la selezione mi consenta di mantenere o migliorare certe caratteristiche, nel preciso intento di ritrovare sempre qualcosa di ognuno di loro nelle generazioni che verranno.
Parlo di piccoli dettagli, atteggiamenti e imperfezioni che distinguono un cane rendendolo inimitabile, e allo stesso tempo proiezione ed epigono di qualcun altro prima di lui.
E’ questo il meccanismo propulsore del mio allevamento: rivedere i miei cani nella loro discendenza.
Per questo non potrei allevare bracchi italiani qualunque.
Per questo la cessione dei cuccioli non rappresenta la fine del mio lavoro, bensì un nuovo punto da cui partire insinuandomi nelle loro nuove vite alla ricerca di similitudini e differenze, che evidenzino l’unicità di ogni soggetto smascherandone le origini.
Per questo, dopo il ricongiungimento con Dante e la Bruna, non potevamo non accettare l’invito a trascorrere una splendida giornata sulle sponde del Lago di Garda in compagnia di Gianpaolo e Marika, che siamo stati felicissimi di ritrovare sorridenti ed incolumi benchè da un anno e mezzo in balìa dell’uragano Sambuca.

Chi ha seguito con attenzione i Diari delle idrovore sicuramente ricorderà le temibili gesta del nostro scartino bianco marrone, per chi invece avesse appena cambiato canale, ecco due parole che descrivono al volo il soggetto di cui sopra: IL DEMONIO.
Che uno la vede così e non ci crede.

Posso capirlo: con quel musino, quegli occhietti, piccina picciò: come può esserci posto per la tigna in un esserino tanto angelico!?
E infatti lei li fregava tutti così quelli che venivano a trovarci e se ne innamoravano istantaneamente, prima di vederla alzarsi su due zampe ancorarsi al bordo del recinto e, sotto gli sguardi interdetti dei fratelli grandi il doppio, catapultarsi fuori per trotterellare via, verso l’aperta campagna in cerca di guai.
Ma la cosa peggiore era che anche ammesso che tu riuscissi ad agguantarla, non facevi in tempo a rimetterla in sicurezza che due secondi dopo, senza neanche il pudore di attendere che tu ti voltassi, era di nuovo lì che penzolava più fuori che dentro, piagnucolando improperi e determinata più di prima a correre incontro a morte violenta.


Se c’è stato un cucciolo che c’ha fatto penare, lo dico col cuore in mano, aggiungendo che ricordandomi molto Olena per lei ho sempre avuto un debole, è stata Sambuca.
Questo perchè, nonostante fosse la più piccola e dotata di insospettabile faccino acqua e sapone, è stata quella che prima e meglio dei suoi fratelli è diventata tutt’uno con la sua natura: lei era indubbiamente un cane da caccia e da che mondo è mondo, i cani da caccia hanno licenza di uccidere, per cui rinchiusi tra quattro mura a raccontarsela, a farsi fare le coccoline o a passare da teneri morti di sonno davanti a una reflex stateci pur voi, io me ne vado, addio.

La Samby era genio e sregolatezza, argento vivo, un danno continuo – anzi era IL danno – ma era anche simpatica, dolce a modo suo e spaventosamente intelligente.
Cioè una versione schiarita, migliorata e centomila volte più elegante della madre, alla quale peraltro deve la vita in più di un senso, in quanto è solo grazie ai salvataggi in extremis di Olena, che riconoscendo gli acuti di disperazione nella frase “OOODDDDIODOVESSSAMBUCA!?” correva a recuperarla, se siamo riusciti a consegnarla alla sua nuova famiglia in un pezzo unico.

Quindi eravamo curiosissimi di scoprire se tutti gli sforzi compiuti per manternerla in vita erano valsi la pena, e non siamo assolutamente rimasti delusi.
Da piccola e scatenata qual era, l’abbiamo ritrovata ben cresciuta, con una struttura definita seppur ancor acerba, di una tonalità di marrone stratosferica e con lo stesso sguardo birichino di un tempo.
Ce la ricordavamo anarchica e indomita, l’abbiamo scoperta legatissima ai suoi padroni, obbediente e veramente molto molto educata.
L’avevamo lasciata vivace e affettuosa, l’abbiamo scoperta leader indiscussa di Artù e Lapo – suoi martiri e scudi giurati – oltre che improbabile amica (vista la genealogia di sterminatori da cui discende!) di Orazio e Ginevra, i gatti con cui condivide tranquillamente gli spazi di casa.

Soprattutto è stato meraviglioso vederla immersa nel calore di una famiglia che la venera, accettandone le debolezze e valorizzandone i punti di forza, come quell’inarrestabile spinta venatoria che l’accompagna da sempre e che, affinata dall’appassionato addestramento di Gianpaolo – il suo fan numero uno – l’ha guidata attraverso le sue prime stagioni venatorie e le ha permesso di classificarsi al 7° posto su 28 continentali italiani al Raduno di Prato Grande 2018, a soli 14 mesi.

Fiona – questo il nuovo nome della Samby, ci ha poi guidato nella visita alla Rocca di Lonato del Garda, e anche fuori dal contesto domestico abbiamo avuto il piacere di osservare una cagnolina composta, collegata e affidabile, il cui movimento consiste in un flusso ininterrotto di elegantissimo trotto da bracco italiano.
Praticamente un sogno.

Dopo la visita a questo caratteristico borgo, nel quale ci siamo ripromessi di tornare prestissimo, tutti insieme ci siamo diretti poco lontano per rifocillarci in un luogo bellissimo, in compagnia di un’altra Idrovora molto speciale e altrettanto fortunata.
Ma questa è un’altra storia!