Non è così per dire: il Bracco Italiano è davvero uno dei cani più antichi di sempre.
E oggi sono qui per dimostarvelo.

Somministrarvi dettagliatamente quasi duemila anni di storia però sarebbe stato improponibile (e il rischio di produrre orchiti, dietro l’angolo), così per orientarci in questo viaggio ho preparato una sorta di mappa concettuale che ripercorre l’evoluzione della razza – dai tempi non sospetti alla consacrazione definitiva, stabilita arbitrariamente a metà del secolo scorso con l’istituzione della Società Specializzata – evidenziando i momenti topici o perlomeno quelli secondo me più interessanti.

Qualora desideraste approfondire o ampliare gli orizzonti, in fondo all’articolo potete trovare alcuni testi di riferimento. Se invece siete di quelli che non amano rimuginare sul passato, spero comunque che il mio lavoro possa offrire qualche spunto di riflessione circa la genesi, i trascorsi e l’avvenire di una razza che consideriamo incredibilmente vicina, ma che in realtà arriva da molto lontano.


  • ETA’ CLASSICA
    I-III secolo d.C

    Alcuni cani utilizzati nella caccia cominciano a manifestare un insolito atteggiamento: al fiutare la presenza della selvaggina, invece di assalirla, istintivamente si arrestano, preparandosi all’agguato non appena questa tenti di fuggire.

    Ne troviamo testimonianza nei vari Cynegeticon del periodo, tra i più famosi quello di Senofonte (400 aC) e di Grazio Falisco (I aC), come nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (77 dc) e nelle opere di Eliano (II dC). Non se ne conoscono le fattezze, ma se a questo punto parlare di bracchi italiani è a dir poco prematuro, è senz’altro da ricercare in tali soggetti la scintilla della creazione che fu all’origine di tutti i cani da ferma.

  • BASSO MEDIOEVO
    1000 – 1492

    Siccome abbisognavan cani per far levare la selvaggina da piuma e da pelo, innanzi agli uccelli di rapina, se ne incontraron di quelli che fermavano materialmente il selvatico prima di farlo fuggire. Si coltivò cotesta disposizione, prolungando l’appostamento sino al fermo assoluto e si ottenne, con siffatto mezzo, il cane coricantesi, vale a dire il cane che si curva innanzi alla selvaggina che ferma per lasciarsi coprire con essa sotto la rete.

    Così Leopoldo Russo ipotizza la nascita dei Bracchi in un contesto socio-economico complesso come quello medievale, in cui anche la caccia è costretta a cambiare per adattarsi alla scomparsa dei grandi mammiferi, ripiegando sulla piccola e più abbondante avifauna, che però richiedeva tutt’altro metodo di approccio.
    Tra i cani da rete (couchants) – che individuata la selvaggina si arrestavano per farsi coprire insieme ad essa da una rete – ed i cani da falco (d’oysel), adibiti invece a scovare la selvaggina per farla involare così che il falco potesse completare l’opera, vedrà quindi la luce un nuovo tipo di ausiliare, che da mille anni ardeva sotto le ceneri pronto ad imporsi nel panorama venatorio che verrà: il cane da ferma.

    E’ a lui che, poco prima del 1300, si riferiscono Brunetto Latini – quando parla di bracchi con gli orecchi pendenti e grandi e conoscono al fiuto ove passa o bestia o uccello – e Pietro Crescenzi nel “Liber ruralium commodorum”:

    C’è un’altra rete, piuttosto grande, che è comunemente chiamata expegatorum con la quale sono catturate pernici, quaglie e fagiani con l’aiuto di un cane da ferma a ciò addestrato che ricerca gli uccelli e quando li vede si ferma immobile e non avanza verso di essi per non farli levare. Ma si volge a guardare l’uccellatore suo padrone, e muove la coda in tal modo che lo stesso uccellatore comprende che gli uccelli sono davanti in pastura, ed egli allora trascina la rete e copre il cane e gli uccelli e così questi vengono catturati.

    Ambrogio Lorenzetti, Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo, 1338-1339
    Siena, Palazzo Pubblico, Sala del Consiglio dei Nove o della Pace.

    In questo affresco la caccia è rappresentata tra l’altro, da un cane bianco e marrone a pelo corto in ferma davanti a un falconiere che tiene sul pugno guantato l’accipitrino, pronto a levarsi non appena il selvatico fermato si paleserà col volo. Alberto Chelini – I nostri cani 1975
    Osservandone morfologia, colore e atteggiamento di ferma, non si può escludere che l’artista si fosse ispirato proprio ad un bracco, che sul finire del XIV secolo ha ormai preso forma e sempre più spesso lo si riconosce al fianco dei nobili cacciatori italiani.
    Anche in Lombardia, alla corte dei Gonzaga, i Bracchi si distinguevano per la potenza dell’olfatto, la valentìa naturale di cacciare, congiunta con una docilità di carattere, che le altre razze d’allora non possedevano. Fancelli – Il bracco

  • RINASCIMENTO
    1500

    Jacopo Bassano – Due cani da caccia (1548)

    Di pari passo con le scienze, le arti e l’ingegno, il bracco italiano prospera, grazie ad una selezione mirata a fissare i caratteri distintivi di una razza che a questo punto vanta doti venatorie impareggiabili ed è apprezzatissima dalle grandi casate dell’epoca.

    Sappiamo ad esempio che la regina di Francia Caterina de’ Medici fece richiesta al padre, Lorenzo il Magnifico di inviarle una bella e numerosa compagnia di quei cani Bracchi, che tanta bravura dimostrano, che quelli della corte del Re non valgono più nulla e sono tutti imbastarditi, che facciano buon gioco all’indizio […], che siano gagliardi e già bene di bravura alla caccia, che a inseguimento ne hanno anche troppi.
    Nei numerosi scambi epistolari tra i due si evincono chiaramente il pregio, la sana gelosia e l’altissima cura che la corte riservava a questi cani. Sarà il loro entusiasmo e a promuoverne l’espansione al di là delle Alpi, dove il bracco contribuirà a dar vita a molte altre razze da ferma.

    Un ritratto fedele e già familiare del bracco di allora ce lo offre Erasmo da Valvasone nel celebre poema intitolato “La caccia” (1591).

    Laddove la somiglianza morfologica non bastasse a rievocarlo, una nota sui registri contabili dei Medici toglie ogni dubbio, infatti risulta fossero stati spesi fiorini quattro d’oro per il mantenimento dei Bracchi di Lombardia, che mangiano assai e mai sono satolli!

  • IL SECOLO D’ORO
    1700

    Jean-Baptiste Oudry – Cane che punta i fagiani (1748)

    L’invenzione delle armi da fuoco, che svincolano il cacciatore dal falco e dalla rete consentendogli di abbattere la selvaggina sparando al volo, mette il bracco al centro della scena, poichè ora più che mai saranno la sua avidità, la prestanza e la disposizione a collaborare con l’uomo a determinare la buona riuscita di ogni azione di caccia.

    Non v’era casa signorile o cacciatore dell’alta Italia che non ne possedesse uno.

    Fu questa l’epoca di massimo splendore per la razza, la cui popolazione era ormai così estesa, da potersene distinguere due varietà: il bracco Piemontese, o di monte, più alto, snello e tipicamente bianco arancio ed il bracco Lombardo, o di piano, più tarchiato e ovviamente roano marrone.
    Tale distinzione, che fondava esclusivamente su differenze estetiche e strutturali, prenderà consistenza negli anni a venire finchè, ai primi del ‘900, il Bracco leggero piemontese e il Bracco pesante lombardo si troveranno descritti in Standard separati.

    La strada verso l’unità del Bracco d’Italia era ancora lunga e ricca di colpi di scena, ma nelle due opere cardine della braccofilia settecentesca – L’uccellatura di Guarinoni e La caccia alle quaglie di Lorenzo Tornieri – troviamo la forma e la sostanza di ciò che era il Bracco Italiano e ciò che di lui seppe riemergere dal baratro in cui la razza stava per sprofondare.

  • IL DECLINO
    1800

    Giovanni Battista Quadrone – Prima della partenza per la caccia (1897)

    La Rivoluzione Industriale aveva irrimediabilmente cambiato il volto della nazione poichè lo sviluppo industriale stava concentrando attività, mondanità e crescita economica nei grandi centri urbani.
    Richiamati così dai tempi moderni, gli uomini lasciarono le campagne delegando ai mezzadri la cura e l’addestramento dei loro cani da caccia, ma i contadini non riservarono al bracco lo stesso trattamento dei loro signori.
    Mal nutrito, poco curato e spesso infrenato per risultare più gestibile da chi non aveva le competenze per domarne gli ardori, in poco tempo il Bracco Italiano divenne l’ombra di sè stesso: pesante, lento e poco caparbio per un ambiente in cui la selvaggina cominciava a scarseggiare.

    Maud Earl – The Pointers winning & A High scent

    Sfortunatamente, il suo tracollo coincise con l’exploit delle razze inglesi che, in virtù di una maggiore velocità, nevrilità ed ampiezza di cerca – nonchè di un più consolidato background cinotecnico – si diffusero a macchia d’olio tra i cacciatori italiani, relegando l’ausiliare di casa nelle mani di pochissimi cultori, che tuttavia seppero riscriverne le sorti.

    Uno di questi era un cacciatore, viveva nei pressi di Piacenza e il suo nome era Giovanni Ranza.
    Fu nella sua fattoria che, dall’incontro tra due bracchi di origine incerta (probabilmente spagnola), nacque Pluto: un bracchetto dal mantello roano e dalle grandi doti, che divenne il capostipite di una nuova dinastia, quella dei bracchi ranza, che riporterà la razza sulla retta via garantendogli preziosa linfa vitale al costo di una selezione impietosa.

    Giovanni Battista Quadrone – In attenzione (1870)

    Dal 1850 e per circa settant’anni infatti, questa numerosissima famiglia selezionerà in purezza il capitale cinofilo creato da Giovanni, pretendendo e fissando molte delle caratteristiche che tutt’oggi reputiamo importanti indici di tipicità, come la struttura robusta, l’indole docile e la tendenza a cacciare sempre al trotto, velocemente a testa alta e muso al vento. Anche se probabilmente il mantello color tonaca di frate, è la peculiarità che più di tutte vi suonerà familiare.

    Giovanni Battista Quadrone – Bruto e Lisa (1885)

    Tuttavia, la chiusura e l’estremo rigore con il quale i Ranza selezionavano i loro cani si rivelarono tali da portarli all’estinzione.
    Fu solo grazie ai pochissimi accoppiamenti “non autorizzati” tra bracchi ranza e bracchi preesistenti che alcuni allevatori, all’alba del XX secolo, riuscirono a realizzare il prototipo che rappresenterà la migliore opportunità di rinascita per la razza: il bracco piacentino.

  • LE GRANDI GUERRE
    1900

    Pluck e Bordeaux – Giovanni Battista Quadrone

    Nato dalle ceneri dei ranza, il bracco piacentino si ritagliò il suo spazio nel panorama braccofilo tra la fine dell’800 e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
    Più alto (i maschi potevano superare i 70 cm di altezza), snello e asciutto del ranza e con peculiarità che lo rendevano già molto simile al bracco moderno, questo tipo di bracco riscosse un grandissimo successo tra gli appassionati, conquistandone di nuovi e riportando la razza alle luci della ribalta.

    A questo periodo infatti risalgono molti personaggi, soggetti e allevamenti fondanti per la storia recente del Bracco Italiano.
    Tra questi Ferdinando Delor de Ferrabouc che costituì il Canile della Caccia e partecipò alla fondazione del Kennel Club Italiano (ovvero l’ENCI) e Angelo Vecchio con i suoi Standard del Grande bracco e del bracco Leggiero. Ma anche l’Ingegner Chiappini, l’avvocato Toselli, Ildefonso Stanga, Gianni Puttini e tutti gli uomini che del nuovo bracco furono mecenati, in qualità di allevatori, preparatori e orgogliosi proprietari dei più notevoli soggetti provenienti dal Canile Placentiae, dal Canile del Trebbia, di Monferrato, di Manto, di Tregolo e di Regona, che si impegnarono non soltanto a dimostrare la bontà dei loro cani sui terreni di caccia e nei ring delle esposizioni, ma anche ad arginare i maldestri tentativi di incroci come il bracco-pointer, che per molto tempo mineranno l’integrità della razza.

    Tuttavia ad incombere sul nostro Paese era qualcosa di molto più grande.
    La guerra scoppiata nel 1915 […] sfasciò gli allevamenti e ne sparpagliò i soggetti in mano a persone che non erano allevatori, cosicchè la razza decadde perdendo le caratteristiche già fissate.

    In molti raccolsero la sfida di ricostituire la razza imboccando talvolta una deriva inglesista che vedeva il Bracco molto alleggerito, pointerizzante, altro da sè.
    Quel tipo di cane quadrato, dalla grossa e potente muscolatura, dal trotto serrato, come un antico cavallo di razza friulana, si è allungato, alleggerito un pò troppo, gli si sono allungate le gambe uso levrette, e ingrassate le tempia come a un cane da presa. Bisogna ritornare all’origine con grande pazienza e resistenza al guadagno. E così sarà ancora possibile ripristinare il tipo antico, corretto di quei due o tre difettacci estetici, quali l’eccessiva giogaia, l’abbondante increspatura della faccia e degli occhi serpellati (…).

    Illustrazione del grande bracco ‘800esco

    Tale obiettivo divenne realmente perseguibile a partire dal 17 febbraio 1923, giorno in cui il Kennel Club abolì la distinzione tra bracchi pesanti e bracchi leggeri, escludendo di fatto gli incroci dalle competizioni e riunendo tutti gli esemplari veramente tipici (e necessariamente trottatori) sotto un unico Standard.

    Da quel momento e per i vent’anni seguenti il Bracco Italiano riuscì a piantare nuove radici, che lo ancorarono al passato e lo proiettarono verso il futuro.
    Il merito ovviamente è da riconoscere alle personalità cinofile e cinotecniche del tempo – come Vittorio Necchi della Portalupa, Ennio Dehò del Crostolo, Giulio Colombo dell’Olona, Alberto Cerrone del Sesia, Felice De Mattia, Camillo Valentini e Giuseppe Solaro – che in qualità di selezionatori, ma anche di Giudici e profondi conoscitori della razza, le garantirono una non facile sopravvivenza al secondo ed imminente conflitto mondiale, che ne ridusse la popolazione ai minimi termini.

  • PAOLO CICERI

    Parlando della storia contemporanea è facile elencare chi assunse l’impegno di non lasciare estinguere la razza, che era venuta paurosamente assottigliandosi, conservando il tipo unificato; a merito dell’allevamento dei Ronchi va ricordato lo sforzo del sottoscritto negli anni del conflitto mondiale.

    Chi scrive è Paolo Ciceri, il “papà” del Bracco Italiano.
    Sarà lui infatti a raccogliere, sotto l’affisso dei Ronchi, i migliori soggetti roano marrone rimasti in circolazione e a tirare le fila della selezione operata da chi lo aveva preceduto per rigenerare, con non poco talento e dedizione, una razza praticamente estinta.

    Ero riuscito a creare una gamma di bracchi asciutti, piacenti attraverso un lavoro di selezione lunga, oculata non scevra da appropriata alimentazione e con l’uso di riproduttori sostanziosi, con impronta di sguardo dolce, caratteristico del cane italiano.
    Talvolta pur di ottenere la sagoma che mi ero prefissato è occorso sacrificare qualche caratteristica, mai però nello sguardo, per poi gradatamente ritornare alla linea voluta, allo stampo inconfondibile.
    Mi occorsero anni, ma ci sono riuscito.

    Per nostra fortuna, questo grande uomo non fu lasciato da solo a compiere l’impresa.
    Lo stesso zio di Paolo, Luigi Ciceri, con l’affisso dell’Adda si dedicò con enorme successo all’allevamento di bracchi bianco arancio. passando alla storia come del resto Edmondo Amaldi, che nei pochi anni di attività che il destino gli concesse, seppe ottenere soggetti eccellenti che renderanno immortale il marchio delle Forre.
    Ad essi si unirono o fecero seguito i bracchi dell’Adriatico, delle Bandite, di Lombardia, di Montepetrano, di Silvabella, di Lonate, del Maseca, del Simeto, dell’Asolano, del Salvetta, di Zerbio, del Crocione, del Vergante, di Valgrisanche ed innumerevoli altri fino ai giorni nostri.

    Paolino Ciceri tuttavia non si limitò ad essere genitore del nuovo Bracco Italiano, si preoccupò anche di assicurargli un futuro.
    Abbracciando un’idea di Felice De Mattia, insieme a Nino Ferrari, Giacomo Griziotti e Camillo Valentini, offrì ai braccofili il ruolo da protagonisti in un’opera di miglioramento e diffusione di questa antica e gloriosa razza italiana da ferma, invitandoli ad incontrarsi a Lodi il 27 Novembre del 1949.
    Quello stesso giorno, sull’entusiasmo dei molti partecipanti, nacque la Società Amatori Bracco Italiano, che ormai da 70 anni promuove e custodisce questo patrimonio senza tempo della cinofilia nazionale.

    bracco-italiano-testa-bianco-arancio

Bibliografia

Il bracco nobile – Cesare Bonasegale
I cani di razza italiana – Chielini e Radici
L’enciclopedia dei Bracchi – Claudio De Giuliani
Bracco Italiano – Arte e storia – G.Colombo Manfroni

Foto storiche (originali) da braccoitalianodatabase.com

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