Rosse di sera


bzzzzzzzzz bzzzzzzzzzzzzzzz – vibrò il cellulare interrompendo la nostra conversazione.
Come ogni martedì e venerdì, ero andato in allevamento per accordarmi con il dottore sull’uscita a caccia del giorno seguente e mentre questi mi raccontava di come aveva incarnierato una beccaccia lo scorso week-end, il suo cellulare si era messo a saltellare sul tavolo a causa di una chiamata.
Ciao…” rispose – “ ma pensa, allora vi siete divertiti parecchio…”.
Rosse?” questa parola mi distolse dallo sfogliare una vecchia rivista venatoria.
Ti ringrazio ciao ciao “disse, concludendo la telefonata.
Era Fabrizio. Lunedì mentre era in posta alla girata, ha visto un volo di 7 rosse a S.Sisto,in quell’intrico di calanchi e macchie ” mi spiegò.
Ribattei con una esclamazione di stupore alquanto colorita….

Eravamo alla prima settimana di novembre e già da un mese si camminava tutto il giorno per tentare l’incontro con astuti fagiani, che avevano imparato a tener cara la propria pelle facendo spremere ai predatoi sudore e sangue, rifugiandosi nei posti più inaccessibili.
La notizia di un branco di pernici rosse di addirittura sette capi, suonava come un dono del Cielo.
Domani andiamo là, che siamo anche vicino al posto dove domenica ho preso la beccaccia” sentenziò il dottore.

La mattina seguente caricati cani e la tanta curiosità che di notte era cresciuta, ci avviammo verso la zona designata.
Eravamo accompagnati dai nostri migliori bracchi, il mio Rosco di 6 anni nel pieno delle forze e della maturità, e dalla indomabile ed esperta Kira, che con i suoi 8 anni era un mix di astuzia, determinazione ed esperienza.


Arrivammo presto, tant’é che dovemmo aspettare una decina di minuti prima di poter sciogliere i cani e caricare i fucili. Ci aspettava una mattina molto dura, il posto indicatoci era una stretta valle ai cui lati si erano formati calanchi sia nudi che alberati, un classico dell’Appennino Reggiano.
Quando potemmo partire, un cielo pitturato delle tinte fredde dell’alba ci faceva da cornice. Fu così che iniziammo una veloce e dura salita volta a portarci sul luogo dell’avvistamento segnalato dall’amico.
La costa di montagna da cui salivamo era utilizzata per la produzione di foraggio, mentre una volta in cima, il versante interno pareva coltivato solo in parte proprio a causa del terreno argilloso che non permetteva l’utilizzo di macchinari agricoli, terminando in una serie infinita di calanchi e frane .
Dopo un paio d’ore di infruttuosa ispezione da parte dei bracchi nei luoghi che ci sembravano indicati per la “pastura mattutina” delle perniciotte, scendemmo di quota e iniziammo a ispezionare i vari boschetti chiusi dai calanchi.
Il nostro timore più forte era che le pernici, infastidite dalla nostra vista o dal rumore di una muta di segugi impegnati in una caccia alla lepre nello stesso posto, si fossero infrattate in qualche macchietta per aspettare che nella valle tornasse la tranquillità.
Nonostante fosse novembre, il sole e la ripidità del terreno mi avevano fatto sudare abbondantemente, così dopo aver risalito l’ennesimo calanchino mi fermai in uno spiazzo per togliermi il maglione e sistemarlo nella cacciatora.

Nel mentre notai un bel gregge di pecore situato all’altra estremità del pianoro, racchiuse incustodite in un recinto mobile.
Mi avvicinai per guardare un ariete veramente mastodontico che si frappose fra me e il gregge e quando Rosco mi vide, partì trottando nella mia direzione per poi rallentare e bloccarsi in ferma a un paio di metri da me e a una decina dal gregge.
Ma guardalo, ferma l’ariete a vista come un border collie!” pensai.
Scioccamente provai a incitarlo con la voce a venire via da quella ferma che ritenevo stupida, ma quando mi mossi per andare a legare il cane, sentì dietro di me il potente frullo delle pernici e dentro avvertii il gelo provocato dalla stupidata che avevo fatto.
Le pernici si erano recate in beccata dove le pecore avevano pascolato nelle ore precedenti, finchè non erano state disturbate dal sottoscritto, quindi si erano gettate a capofitto giù per la montagna che avevamo battuto per tutto il mattino.
Si deve sempre credere al proprio cane ” fu la frase che il mio compare disse dopo che mi ebbe raggiunto.
A questo punto non dovevamo fare altro che dimenticare tutta la strada fatta in mattinata e ripercorrerla da capo.


Senza pronunciare parola iniziai a battere le vette e le ripe di tutti i calanchini, seguendo il cane in tutti i suoi accertamenti.
Questa volta fu la Kira che riuscì ad individuarle, ma le prede partirono prima che potesse fermarle.
Vedemmo la rimessa. Erano scese girando sulla sinistra, facendo il cappellotto e buttandosi nella costa successiva.
Io dall’alto e il dottore dal basso ci avviammo.
Quando arrivammo in zona, i due bracchi fermarono verso un grosso intrico di rose selvatiche.
Entrarono guidando e sottraendosi alla nostra vista. Cercai di aggirare il cespugliato, ma mentre mi affrettavo in salita, le rosse partirono .
Il loro chiarlecchio fu interrotto da un primo sparo seguito immediatamente da un secondo, entrambi partiti dal semi automatico del dottore. L’allegro riporto della Kira accertò che una prima pernice rossa finisse nella cacciatora.
Bella!” esclamò il dottore quando la bracca gli porse l’ambita preda, “Guarda Andrea, è un giovane dell’anno ” sentenziò con il suo occhio esperto.
Hai visto dove sono andate le altre?” mi domandò mentre riponeva la bella pernice dentro alla cacciatora.
Ho visto 3 che saltavano quella costa là, le altre non le ho viste. Non so se siano passate prima o se hanno preso una altra direzione” risposi mentre con l’arma indicavo la traiettoria di volo.
Non cambiammo schema e così ci avvicinammo alle fuggitive che scaltre e smaliziate da più di un mese di caccia, questa volta non si lasciarono chiudere dai bracchi ma si involarono verso la rimessa successiva.
I cani disegnavano lancet sul terreno, incantavano con il loro intelligente andare, già dal primo incontro avevano capito che non dovevano concedere nulla alla selvaggina, così ispezionavano tutte quelle rimesse che ritenevano idonee, permettendoci di non dovergli dare nessuna indicazione.
Questa volta toccò a me lo sparo.
Rosco nello scendere avvertì e risalendo chiuse l’azione con una magnifica ferma.
Mi avvicinai a passo svelto per servirlo.
Lo raggiunsi e gli accarezzai la groppa.
Bravo bello” gli sussurrai mentre con gli occhi cercavo di capire dove poteva essere l’animale e quali via di fuga potesse prendere.
brrrrrrrrrrrrr” urlai per farle partire, ma niente.
Al che invitai il bracco alla guidata, che accorciò le distanze irrigidendosi di nuovo dopo aver fatto una decina di metri.
Appena mi accostai al cane partirono.
Erano 2, le uniche che non avevo visto volare.
Con la prima fucilata scarseggiai la pernice, mentre con la seconda si torse in aria per poi cadere al di là dell’ennesima costa, sottraendosi ai miei occhi.
Rosco arrivò poco dopo con la pernice racchiusa nella sua grossa bocca bracca.
Bravo, sei stato bravissimo ” dissi mentre accarezzavo il cane, che aveva già posato la pernice ai miei piedi.
Segnai il capo e vedendo il mio compagno di caccia molto più in basso, mi avviai per raggiungerlo.
Dopo dieci minuti di lenta discesa, il cane avvertì e si irrigidì nuovamente.

Arrivò anche la bracca che prontamente consentì.
Dal boschetto che i cani indicavano, partirono 4 caprioli e ciò mi distrasse, infatti mentre esclamavo ” Beh? una novità mi fermi i caprioli??” l’ennesimo frullo delle rosse mi colse impreparato per il mio secondo errore.
Faticammo non poco per incarnierare una altra pernice, infatti dopo l’ultima alzata si erano messe nel monte di fronte a quello in cui stavamo cacciando e per arrivarci dovevamo attraversare un boscaccio che riempiva il fondovalle .
Attento, la Kira segna ” mi sussurrò il dottore per richiamare la mia attenzione sulla sua bracca che aveva individuato una traccia, e che stava seguendo tra gli spini del sottobosco.
E i l tuo cane dove è?” mi chiese
Era vero, Rosco era sparito da un paio di minuti, e non era l’assenza di un cane che apre e perlustra il terreno, in quanto stando fermi immobili e trattenendo il respiro, non si sentiva più nessun scalpiccio nel bosco.
Anche la Kira deve essere ferma ” disse il dottore guardandomi e facendo segno verso la direzione in cui la bracca si era addentrata.
Ci avvicinammo, e appena sbucammo in quella costa di bosco dove pensavamo fossero i cani, la regina sfarfallò veloce zizzagando incolume tra gli alberi e le fucilate che le indirizzavamo.
Tutta l’azione si svolse in un attimo: noi che spuntavamo, lei che partiva, i cani che scattavano dallo stato di ferma in cui da diversi minuti ci stavano aspettando.
CHE GIORNATA! CHE GIORNATA!” esclamai.
Zitto, abbiamo già fatto troppo chiasso con le nostre fucilate a vuoto. E’ inutile che la spaventiamo anche con la nostra voce ” mi disse il dottore richiamandomi all’ordine.
Ricaricammo in fretta e andammo ad alzarla altre 2 volte, facendoci giocare da questa maliarda che ogni volta inventava una uscita di scena originale lasciandoci con un palmo di naso.
L’ultima volta la vedemmo uscire dal bosco.
Andata. Chissà ora dove si rimette ” esclamò il dottore indirizzandosi verso l’aperto.
Riprendemmo a cercare le pernici superando i nostri limitic per accaparrarci l’ultima rossa consentita, e visto che si era fatto tardi, ci avviammo a valle verso l’auto prendendo la pista più breve, sempre costeggiando il bosco.
I cani stremati da una giornata così intensa cercavano ancora, ma il loro raggio d’azione si era notevolmente ridotto.

Eravamo quasi a valle, il bosco alla nostra destra si diradava per lasciare posto a un prato e fu qui che trovammo Rosco in ferma per l’ennesima volta. Fermava in direzione di giovani quercioli cresciuti nell’anno, al suo fianco la Kira si accostò e fermò d’autorità.
Questo è un fagiano uscito oggi pomeriggio a mangiare le ghiande ” mi sussurrò il dottore.
Dai sparaci tu!” mi disse per provocarmi.
Sapendo che quando sparavo con una persona che mi guardava, difficilmente prendevo la preda.
“O.K.” gli risposi accettando la sfida.
Gettai un sasso davanti ai cani in mezzo ai quercioli, e qui frullo la beccaccia!
BAM BAM sparammo entrambi abbattendo l’animale.
Ma non dovevo sparare solo io?” sogghignai voltandomi verso il mio compagno.
Hai ragione…ma ho pensato di aiutarti perché eri troppo emozionato e io non vedo l’ora di tornare a casa!” rispose ridendo letteralmente “sotto i baffi”.