A caccia per forza

Mentre osservo impotente e compiaciuta la casella mail di Bracchi Reggiani evolversi nell’angolo della Posta del Cuore, vorrei rispondere dando il mio parere, ad una delle domande che più di frequente ci viene posta:
ma se prendo un bracco italiano, poi devo portarlo a caccia per forza?“.

Dunque.
Ovviamente no, nessuno può obbligarti a dedicarti ad un’attività che non ti interessa solo perchè decidi di acquistare/adottare un cane adatto allo scopo.
Non tutti i Terranova diventano bagnini.
Non tutti i Pastori Tedeschi sono Commissari di Polizia.
Non tutti i Labrador usano lo Scottex.
Semmai qualche allevatore potrebbe rifiutarsi di cederti un bracco sapendo che non sei un cacciatore, o potrebbe legittimamente chiederti perchè tu voglia acquistare un cane da caccia, quando esistono almeno altre 300 razze tra cui scegliere un cane per amico.
Personalmente apprezzo la scelta di voler condividere parte della tua vita con un esemplare di una razza unica come questa, e posto che per me l’unica cosa che conta è che, caccia o non caccia, i miei cuccioli vadano a stare più che bene, tieni, eccoti il cane, mandami qualche foto ogni tanto, se vengo a sapere che lo tratti male ti spiezzo in due.

Purtuttavia.
Sta di fatto che il bracco italiano è un cane da caccia.


Concepito, creato, selezionato nei secoli dei secoli ad un preciso scopo: aiutare (da qui la definizione ausiliare) l’uomo a procacciarsi il cibo, nello specifico scovando la selvaggina e riportando al padrone la preda abbattuta.
E’ vero che i tempi sono cambiati, oggi disponiamo di tante alternative all’uccidere in prima persona un animale per nutrire se stessi e la propria famiglia, ma la caccia se praticata nel rispetto della Legge, dell’ambiente e degli animali (ausiliari inclusi!) è un’attività che, per quanto liberi di non condividere, bisogna rispettare. Specialmente quando si scelga come compagno di vita, un cane che proprio a questa antica pratica, deve la sua esistenza passata, presente e futura.

Come il bracco italiano, tantissime delle razze che ritroviamo ai giorni nostri furono pensate e selezionate per affiancare o sostituire il padrone nello svolgimento di una mansione: setter, pointer, continentali per la ferma del selvatico, il cocker per il riporto, i bassotti per la caccia in tana, i border collie per radunare le greggi, i pastori per proteggere territorio, cose o persone, i grandi levrieri per uccidere i lupi, e così via.


Solo perchè oggi molte di queste attività non risultano più fondamentali al nostro sostentamento, non significa che gli istinti dei nostri cani, tramandati nel patrimonio genetico attraverso la selezione, debbano considerarsi obsoleti perchè apparentemente sopiti.

Ti faccio un esempio.
L’altro giorno passo dal veterinario – chè se non mi vede una volta al mese, si preoccupa – e in attesa del mio turno, mi siedo accanto ad una signora con un Borzoi. Non ne avevo mai visto uno da vicino, per cui comincio a fissarlo senza vergogna, mentre lui da sdraiato, contempla con indifferenza lo sfilare di cani e gatti dalla sala d’attesa all’ambulatorio. Finchè dalla porta esce un Lupo Cecoslovacco, ed ecco che il Borzoi perde la testa, si alza in piedi e inizia a abbaiare tra la paura e l’eccitazione, costringendo il lupo, evidentemente imbarazzato, a trascinare il suo padrone fuori dalla stanza. A quel punto il levriero si riacciambella accanto alla padrona e si addormenta.
Adesso, io dubito che in centro a Reggio Emilia, tra una permanente e l’altra, la signora del Borzoi si dedicasse alla caccia al lupo. Dubito anche che i suoi antenati (del cane, non della signora) lo facessero, eppure in quel momento l’istinto ha preso il sopravvento e nella testa del cane cacciatore, il lupo che aveva di fronte non era un innocuo surrogato edulcorato, ma il suo antagonista primordiale.

Puoi fare finta di non vederlo, puoi decidere di non assecondarlo, ma l’istinto è comunque lì sepolto da qualche parte, sempre lo stesso da centinaia di anni.

A poco serve sostenere che la caccia sia una pratica violenta, anacronistica, uno sport becero e inutile.
Il bracco italiano, anche quello spalmato sul tuo divano, è nato grazie a lei, e certamente sei liberissimo di godertelo tra l’agility e le passeggiate, a patto che tu non sfracelli l’anima a quelli che invece, a caccia col bracco ci vanno eccome, perchè non stanno facendo niente di strano.
Che poi io, in quanto figlia, compagna e amica di cacciatori perbene, non trovo neanche giusto fare di tutta l’erba un fascio, non tanto per ergermi a difesa della categoria – perchè purtroppo in molti casi la gente ha ragione! – quanto per evitare che certe correnti di pensiero estremiste si spingano oltre, sostenendo per esempio, che il bracco italiano della caccia, può farne tranquillamente a meno.
Sssi. Può non andarci, per carità.
Però credo che lui vorrebbe e tu non dovresti negarglielo, almeno non per partito preso.

Perchè il punto è che, mentre tu puoi fare a meno di praticarla se non ti interessa, il bracco italiano la caccia ce l’ha dentro.
La natura, nelle mani dell’uomo, l’ha plasmato così, l’ha proprio assemblato in un certo modo.
Pensalo come se fosse un macchinario, ogni parte di lui è funzionale allo scopo: il tartufo così pronunciato, la canna nasale e le orecchie grandi veicolano ed elaborano gli odori, la struttura possente gli permette di resistere alla fatica di una giornata su e giù per i campi, l’intelligenza con cui ci fa fessi tutti i giorni, la sua grande addestrabilità sono anch’esse merito del lavoro dell’uomo, come la curiosità che lo spinge sempre un passo oltre e l’attaccamento a noi, e a volte solo a noi, che ci ha fatto innamorare di lui.


Puoi scegliere di non farlo cacciare, ma non puoi ignorare che lui sia nato per quello.

Questo te lo dice una non-cacciatrice per coerenza (non mangio volentieri la carne e non mi piace l’idea di uccidere un animale che non consumerei) alla quale si è spezzato il cuore quando la sua cucciola – da lei cresciuta nella bambagia, standoci sempre insieme, educandola coi giochini e i bacini, portandosela ovunque nelle famose luuuunghe passeggiate – l’ha dribbblata con menefreghismo, al ritorno dalla sua primissima giornata di caccia.
Ti rendi conto? Io, sua MADRE, che fino a quel momento avevo rappresentato il centro dell’universo, adesso sì, ero una brava ragazza, simpatica e tutto, ma vuoi mettere Andrea che mi porta per i boschi, spara a quello che trovo e me lo fa anche riportare e mordicchiare un pò?!
Olena, come si diverte a caccia con lui, non si diverte in nessun altro modo.
Che dopo tutti quei soldi investiti in pupazzetti, onestamente fa un pò girare le palle, però alla fine ho dovuto accettarlo, perchè questo è ciò che lei chiede di fare ed è ciò che lei vuole essere.


Allora il tuo bracco devi a portarlo a caccia per forza? No, ma sarebbe bello se concedessi ad entrambi la possibilità di mettervi alla prova.
Una chance per scoprire se veramente il tuo braccone può fare a meno di vederti tirar fuori gli stivaloni, il fucile e la cartucciera, di indossare il collare fluorescente, di riportarti il selvatico conquistato con l’unione delle vostre forze, e se tu puoi fare a meno di vederlo immergersi nel suo habitat.
Facci caso, andare a caccia gli cambia lo sguardo.
Dalla crisalide si sprigiona la farfalla, che ha trovato una dimensione nella quale poter essere se stessa, ed è finalmente libera.