Aperture straordinarie

Finalmente la terza domenica di settembre!
Per chi non è avvezzo alle pratiche venatorie, il fine settimana di metà settembre è un periodo come un altro, per noi cacciatori è molto di più: l’alba che inaugura la nuova stagione di caccia.

Se siete di quelli che con modi pressapochisti storcono il naso anche solo davanti alla parola “caccia”, vorrei ricordarvi che è proprio grazie a questa antichissima attività che è stato possibile dar vita, selezionare e conservare attraverso i secoli la magnifica razza che è il bracco italiano (e così pure tutte le altre razze da lavoro).
State pur certi che senza la caccia il bracco (compreso il vostro) non esisterebbe e il suo futuro, oggi, sarebbe incerto e poco rassicurante.
Più di quello che è.
Non c’è quindi da scandalizzarsi, avanzando il pretesto dell’anacronismo della cosa, della barbarie e compagnia cantante.
La caccia si fa in tanti modi, noi la pratichiamo nel modo più etico possibile, sempre e prima di tutto al servizio dei nostri ausiliari.

Ma ora bando alle ciance e chiudendo questa breve parentesi, vado a raccontare l’emozioni vissute durante la prima giornata di questa nuova annata che, per me ed il mio compagno di caccia, è iniziata con una curiosità tanto grande quanto il dubbio che ci attanagliava: quali cani usiamo?
Dopo tanti anni di spensierate cacciate dietro alla coda di mozza di Ulisse e al pelo frangiato di Ala, in occasione di questa apertura, ci siamo ritrovati a ipotizzare l’azzardo, puntando tutto sulle rispettive discendenti dei nostri Campioni Riproduttori, Olena e Nina.
Abituati a cacciare con due macchine da guerra affidabili, con un bagaglio d’esperienza e di classe come i nostri due vecchioni, il turn over generazionale richiedeva una grosse dose d’ incoscienza, ma è anche vero che chi non risica non rosica e le nuove leve, che nelle precedenti stagioni promettevano niente male, potevano riservarci enormi sorprese.

Non che la nostra sia stata una decisione avventata. La setter Nina e la bracchetta Olena sono due ottime rappresentanti delle rispettive razze. Giovani, estremamente intraprendenti, animate da grande passione hanno già cacciato con profitto nella passata stagione e in tempo di addestramento cani ci hanno deliziato con ottime azioni. Il fatto è che dopo anni e anni di perfetta intesa e sintonia con il proprio alter ego a 4 zampe, quando giunge il momento di rimodernare la squadra perfetta, le certezze si sgretolano lasciando il posto a grossi punti interrogativi.

Alla fine la non più verde età di Ulisse e di Ala, ma soprattutto la voglia di dare spazio ai giovani per dargli modo di confrontarsi con la dura e vera realtà della caccia, hanno fatto sì che l’anelatissima mattina del 17 settembre, ci presentassimo allo sgancio con al guinzaglio le due principessine, più inviperite che mai.

Il giorno era cominciato all’insegna del solito caldo umido padano, più DOP del Parmigiano Reggiano, e un velo di nebbiolina ricopriva le valli dei monti. Come location per il calcio d’inizio della nuova stagione, avevamo scelto un posto meno frequentato dai nostri colleghi – per via dell’asprezza del territorio e della minore presenza di selvaggina infatti, al sorgere del sole erano poche le automobili che si scorgevano ai lati delle strade.
Dopo una partenza veloce, data dalla smania di portare le giovani verso l’avventura, le prime due sono trascorse senza incontri ma la cosa non ci sorpreso, già durante le giornate d’addestramento cani infatti,  avevamo notato che i pochi fagiani trovati avevano abitudini particolari. Si erano mostrati tutti poco “attaccati” al territorio dove capitava di incontrarli, preferendo spostarsi da una valle all’altra senza mantenere un determinato territorio, si rendevano così difficilmente rintracciabili.


Raggiunta la sommità della prima vallata ci prendiamo un attimo per rifiatare, ma al momento di ripartire ci accorgiamo che Olena manca all’appello, eppure era qui un attimo fa! Perlustriamo la zona alla sua ricerca, superiamo un siepone poco distante ed è lì che la troviamo in ferma con Nina che, sopraggiunta insieme a noi, si irrigidisce in un religioso consenso.

Vado subito sulla bracca mentre il mio amico resta fuori, a coprire la via di fuga della possibile preda. Pochi passi, un rametto spezzato e il fagiano parte a razzo buttandosi in giù, abbattuto alla prima fucilata del mio compagno. E’ la setter a riportarlo non appena la preda tocca il terreno, con un riporto in punta di labbra, veloce delicato e preciso.

Ricaricati e soddisfatti dalla bellissima azione, riprendiamo con nuova lena a battere la montagna facendo perlustrare alle brave cagnette una serie di calanchi sotto i campi coltivati. L’argilla di cui sono composti è in continuo movimento, tutto il terreno è come un grosso mosaico di crepe e frane, così che muoversi in questi posti è molto difficoltoso sia per l’uomo sia per i cani. In compenso si è creato un paesaggio dei più magnifici dell’appennino, fatto di boschetti di ginestre, cornioli, rosa canina e ontano alternati a piccoli pini che in ogni stagione dell’anno deliziano lo sguardo con colori irripetibili di paesaggi lontani.


Avendo avuto occasione, negli anni, di trovare qualsiasi animale sotto la ferma dei bracchi – dalla volpe alla quaglia, dalla pernice alla lepre – pregustavamo speranzosi il fortunato incontro con qualche nobile esemplare, ma la sorte ci ha assistito solo in parte. Di lì a poco  le due giovani promesse hanno realizzato un altro piccolo capolavoro che però io e il mio compagno non siamo stati in grado di ripagare appieno, spadellando un sagace fagianozzo e negando alle ragazze un bel riporto.

Poco più tardi, nel bel mezzo dell’azione successiva, nel procedere a passo svelto verso i cani fermi, il mio amico pensa bene di rimediarsi una storta, infilando un piede in un crepaccio nascosto dagli erboni, trovandosi costretto a terminare precocemente la prima giornata di caccia. Dopo averlo accompagnato nei pressi della sua auto, non mi do per vinto e decido di impiegare l’ultima ora a disposizione facendo battere all’instancabile Olena un’altra serie di calanchi.
Il caldo intenso della tarda ora riflesso dall’argilla e il forte pendio su cui ci trovavamo, non intralciavano l’azione della volonterosa bracchetta, che agile e scattante come appena sganciata faceva le pulci ad ogni angolino del bosco che potesse dar rifugio al selvatico.


Finchè sull’ennesimo calanco, ecco la bracca che inizia a scondinzolare e, con una azione da manuale per un continentale, abbinare una bella startufata a terra per seguire una traccia per poi sparire alla vista in una filata a testa alta. Scatto più veloce che posso e mi porto in cresta da dove scorgo la bracca ferma nel calanco successivo, leggermente sopra di me.

Con molto sangue freddo mi piazzo in modo da avere una visuale comoda e tranquilla per lo sparo. A un mio incitamento Olena rompe  la ferma, guidando il selvatico che dalla base di una macchietta di pini, si stacca in volo per buttarsi verso il vuoto.
Con una precisa fucilata, l’ultima della giornata, arresto il suo volo, nell’attesa di riempire di complimenti e coccole la mia piccola bracchetta, che sotto il mio sguardo pieno di orgoglio torna da me sbuffando dalla fatica, con questo magnifico regalo dell’appennino.