Recentemente abbiamo passato qualche giorno a Torino e una tappa obbligata del nostro itinerario è stata la visita alla Reggia di Venaria Reale, la più celebre e maestosa delle residenze sabaude, Patrimonio dell’Unesco.
Quello che uno non si aspetta, è che questo elegantissimo quanto enorme complesso barocco sia stato concepito nel 1600, sì come maison de plaisir per i nobili, ma principalmente come casa di caccia per il Duca di Savoia.
E forse non tutti sanno che i Savoia, fin dagli albori del proprio casato, furono grandissimi amatori, utilizzatori ed allevatori di Bracchi Italiani.

Sebbene oggi la Reggia sia tempestata di dipinti, sculture e affreschi a tema venatorio, del passaggio della nostra razza attraverso le sue stanze, purtroppo, non è rimasto granchè o comunque, volendo ritrovare qualcosa del nostro beniamino – nella Sala di Diana piuttosto che nel ritratto di Filiberto I, il Cacciatore – dovremmo avvalerci di tutta la nostra immaginazione e ricondurlo allo stato di diamante grezzo.
A quando, insomma, per definirlo “bracco italiano” ci voleva coraggio.

Se avete letto i miei Appunti di storia, ricorderete infatti che per parlare a ragion veduta di Bracchi Italiani bisogna aspettare perlomeno il ‘900 e per riconoscerne (davvero) le fattezze contemporanee, almeno il secondo Dopoguerra.
Prima di allora, isolare la razza e determinare con certezza dove finisse il tipo Bracco e cominciasse il Pointer piuttosto che il Segugio o il Levriero – senza contare la miriade di sfumature ante pedigree comprese nello spettro – sarebbe un’impresa praticamente impossibile e le testimonianze artistiche di cui disponiamo ce lo raccontano benissimo.

Standard morfologico a parte, credo però che soffermarsi qualche attimo in più davanti ad un’opera d’arte con l’intento di scovare un musetto familiare possa essere lo stesso molto divertente.
Sicuramente lo è stato per me, mentre al grido di “è lui o non è lui?!” attraversavo le epoche alla ricerca del Bracco Italiano e della sua essenza venatoria custodita in quadri e sculture che dal Medioevo ai giorni nostri la rendono immortale.

Queste sono le cartoline del viaggio nel tempo che ho fatto insieme a lui.

  • Medioevo (1000 – 1492)

    Le fonti più attendibili datano la comparsa dei progenitori del Bracco Italiano intorno all’anno 1000 quando, allo scarseggiare delle prede più grosse come cervi e cinghiali, si cominciarono a selezionare dei cani da caccia braccoidi che mostravano una tendenza alla punta prolungata, atteggiamento curioso ma eccellente per scovare ed insidiare con profitto gli uccelli e la piccola selvaggina.
    Benchè solamente abbozzati e poco definiti nei dettagli, gli antenati delle diverse razze canine sono già assolutamente distinguibili!

    Le livre de la Chasse – Gaston Phébus @ BNF 616

    La rappresentazione più nota del presunto prototipo di Bracco Italiano la troviamo nel quadro di Lorenzetti, nel quale si intravedono due cani da caccia (uno nello zoom, l’altro in mezzo al prato “in ferma” davanti al cavallo) che ricordano il soggetto citato da Brunetto Latini “bracchi con gli orecchi pendenti e grandi e conoscono a fiuto dove passa o bestia o uccello“, a quel tempo utilizzati anche dai Gonzaga come ausiliari nella caccia con il falco o con la rete.

    Ambrogio Lorenzetti, Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo, 1338-1339
    Siena, Palazzo Pubblico, Sala del Consiglio dei Nove o della Pace
    .
  • 1500

    Sebbene in molti casi si tratti di cani da caccia contenenti il patrimonio genetico di dyosolosacosa, non è affatto insolito riconoscere nei soggetti ritratti a quel tempo dei lineamenti che ci ricordano qualcuno.
    Nel 1500 ormai il bracco è ampiamente diffuso e apprezzato in Patria ma si appresta a conquistare il mondo, a partire dalla corte del Re di Francia dove la sua presenza era sempre richiestissima.
    Il manto prediletto dalla nobilità era quello completamente bianco ma ben più diffusi erano i bracchi pezzati di marrone scuro o di marrone dorato a trapunto.
    Sul piano morfologico il tipo è già abbondantemente fissato: “un cane dalla testa imponente, con lunghe e morbide orecchie, che fiuta da lungi il selvaggiume e par si fermi estasiando, mentre il manto bianco e marrone riflette al sole setaceo pelo“.
    Un pò come rivela il profilo nettamente “bracco” scolpito in un angolo de La ninfa di Fontainebleau di Benvenuto Cellini (1542).

  • 1700

    Grazie al perfezionamento delle armi da fuoco, il bracco è adesso considerato l’ausiliare da ferma per eccellenza, dotato di velocità, potenza, intelligenza nonchè grande propensione a lavorare con l’uomo.
    Una volta oltrepassate le Alpi si era velocemente diffuso in tutta Europa, andando così a costituire il fondamento per la creazione di molte altre razze tutt’oggi esistenti e in certi casi ben più note di lui, anche nel nostro Paese.
    Parliamo di qualsiasi declinazione di bracco: Saint Germain, Bourbonnais, Dupuy, Tedesco, Ariege, Francese. Ma soprattutto parliamo del Pointer.

    Gli artisti, quasi tutti inglesi e francesi, che in quest’epoca dipingono cani in atteggiamento di ferma sono moltissimi e certamente, sulla base di quanto detto finora, non si può escludere che in molti di questi scorresse effettivamente il sangue del nostro bracco…ma da lì a definirli bracchi italiani ce ne corre.
    Denotazioni e connotazioni del linguaggio, se possibile, mischiano ulteriormente le carte in tavola, in quanto molto spesso nelle descrizioni delle opere e nella letteratura del tempo, un cane da caccia è semplicemente definito “bracco“/”braque” o peggio “hound” (letteralmente segugio), mentre qualsiasi cane da ferma è un “pointer” oppure “pointeur“, letteralmente puntatore.

    Nel frattempo comunque la questione si era fatta multisfaccettata anche nel nostro Paese dove, sul finire del ‘700, il bracco non era più una cosa sola.
    Si conoscono due razze di Bracchi, quelli di monte detti Piemontesi, e quelli di piano detti Lombardi, ma poco differiscono tra loro, salvo che quei di monte sono assi più robusti e con un manto vivo e brillante, mentre i nostri sono più pigri, ma di migliore olfatto e non temono l’acqua.” Giacomo Giacomelli
    A lungo andare, sulla base di questa distinzione, inizieremo persino a parlare di Bracco Nobile e Bracco Comune!

  • 1800

    Dopo i fasti settecenteschi, il bracco deve fare i conti col cambiamento socio-economico provocato dalla Rivoluzione Industriale. I signori abbandonano le campagne, la caccia diventa una disciplina di massa e dall’Inghilterra arrivano cani da ferma veloci e dalla cerca ampia, più efficaci e redditizi nello scovare la selvaggina che cominciava a scarseggiare.
    Il Setter ed il Pointer, in buona sostanza, spodestano il Bracco Italiano che in questa fase è già diventato un cane pesante e poco performante.

    francisco-de-goya-perros-y-tiles-de-caza-

    La rinascita della razza fu possibile grazie a Giovanni Ranza che dal 1850 e per diversi anni a venire, riselezionò il bracco a partire da un soggetto roano nato nella sua fattoria dall’incontro tra un bracco e (forse!) un perdiguero spagnolo.

    Spanish Pointer – George Stubbs

    Tra la fine del secolo e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il Bracco rinacque nelle mani di pochissimi appassionati per poi diffondersi di nuovo tra i cacciatori italiani.
    Ma come dimostra l’arte internazionale, a quel punto la sua fama era già mondiale.

    johannes_tavenraat_-_jachthond
    Jachthond – Johannes Tavenraat (1890)
  • 1900

    Il ‘900 apre nuove prospettive alla razza.
    Nonostante i conflitti mondiali le abbiano inferto un duro colpo, nel 1923 con la redazione di un unico Standard, vengono disconosciuti strani incroci ed abolite le sottofamiglie di bracchetti e bracconi per cui il Bracco Italiano diventa a tutti gli effetti il cane che conosciamo.
    Nel 1949 poi, con l’istituzione della SABI, i grandissimi braccofili dell’epoca, gente del calibro di Paolo Ciceri, ne diventarono i migliori custodi possibili, valorizzandone le doti venatorie e affinandone ulteriormente gli aspetti morfologici.

    Per tutto il secolo, com’è sempre stato, la razza resta appannaggio dei cacciatori ed è ancora nel contesto venatorio che la troviamo raffigurata.

    Il maggiore interprete artistico della cinofilia otto-novecentesca è senza dubbio Giovanni Battista Quadrone, nelle cui opere un bracco italiano o qualcosa che perlomeno gli è parente, non manca quasi mai.

    Il dipinto con bracco italiano più famoso al mondo tuttavia porta la firma di un reggiano d’adozione.
    Sto parlando ovviamente dell’Autoritratto con cane di Antonio Ligabue (1957).
    Praticamente un bracco reggiano ante litteram!

    quadro ligabue bracco italiano

    Mentre la fotografia si impone come nuovo mezzo di espressione artistica, il bracco non smette comunque di essere raffigurato su carta o scolpito nella pietra, spesso per mano degli stessi proprietari che desiderano rendere eterno uno sguardo piuttosto che un’azione di caccia che, come abbiamo visto, rappresenta il fil rouge che fin dal Medioevo permette al bracco italiano di rinnovarsi per cambiare e rimanere sempre uguale a se stesso.

    Da braccofila e da grande appassionata d’arte, spero di poter continuare ad ampliare questa gallery con reperti artistici vecchi e nuovi ma sempre capaci di evocare nei secoli le stesse emozioni che i nostri bracchi ci regalano tutti i giorni.
    E che qualcuno, attraverso un pennello o uno scalpello, riesce a comunicare meglio di qualsiasi reflex.
    Spero soprattutto di ritrovare nelle opere a venire la stessa luce negli occhi dei bracchi immersi nell’arte venatoria, che chi ci ha preceduti ha ben rappresentato dimostrando di aver colto la più vera e profonda natura del Bracco Italiano.


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