Sarà per via di una tristissima deformazione professionale ma credo sia importante, ogni tanto, riportare tutto ad una mera questione di numeri, antipatici e impietosi quanto vi pare eppure imprescindibili per una corretta interpretazione della realtà – che quando si parla del Bracco Italiano è tipo la cosa meno investigata di sempre.

Se volessimo farci del male, di tematiche sulle quali interrogarci e quindi (pre)occuparci potremmo trovarne a bizzeffe. Per esempio.
Vi siete mai chiesti quanto la razza sia effettivamente diffusa nel mondo? E nel nostro Paese?
Quali sono le regioni d’Italia in cui è più probabile imbattersi in un bracco italiano?
Come ausiliare è ancora uno tra i meno favoriti?
Quanti esemplari nel 2022 vengono realmente impiegati nell’esercizio venatorio?
Quante cucciolate, oggi rispetto a ieri, sono svolte in un’ottica di selezione piuttosto che di mero guadagno o di millantato amore per gli animali?
E sulla base di tutto questo: quali previsioni si possono fare circa l’avvenire del Bracco Italiano?

Trovare una risposta soddisfacente ad ognuna di queste domande è al di sopra delle mie seppur notevoli (ne converrete!) capacità, ma posso comunque fare la mia parte raccogliendo dati e statistiche che, sebbene empirici, ci aiutino a trarre una qualche conclusione da usare come nuovo punto di partenza nella gestione della razza.

Non sapendo bene da dove cominciare, ho deciso di rompere il ghiaccio indagando l’attuale realtà del Bracco Italiano scattando una foto panoramica per stabilirne l’approssimativa distribuzione geografica.
Per raccogliere informazioni mi sono rifatta a tre fonti principali: quella ufficiale ovvero l’ENCI, quella personale cioè la conoscenza diretta e quella della vox populi proveniente, manco a dirlo, dai social.
Grazie (davvero!) al contributo dei tanti amici che hanno aderito al Sondaggione, su Instagram come su Facebook, sono riuscita così a geolocalizzare un totale di circa 1000 soggetti, e nonostante questa cifra rappresenti forse solo il 10-15% dei Bracchi Italiani effettivamente presenti nel nostro Paese, ritengo che se guardati in un’ottica proporzionale, i risultati siano comunque interessanti e significativi.

Per dare un po’ di contesto infatti, va precisato che ogni anno in Italia nascono (e vengono quindi registrati all’ENCI) circa 700 nuovi piccoli bracchetti: un trend che nell’ultima decade si è rivelato se non altro piuttosto stabile e costante…

…se non fosse che i numeri del Bracco Italiano sono davvero molto bassi rispetto ai “big” del gruppo 7 e (da almeno 5 anni) rilegano la nostra razza solo al settimo posto nella classifica degli ausiliari da ferma più diffusi:
1. Setter Inglese (14.419 cuccioli nati nel 2021)
2. Epagneul Breton (3.355 cuccioli nati nel 2021)
3. Kurzhaar (2.598 cuccioli nati nel 2021)
4. Pointer (1.973 cuccioli nati nel 2021)
5. Weimaraner (1.599 cuccioli nati nel 2021)
6. Drathaar (787 cuccioli nati nel 2021)
7. Bracco Italiano (748 cuccioli nati nel 2021)
8. Spinone Italiano (625 cuccioli nati nel 2021)
9. Setter Irlandese rosso (496 cuccioli nati nel 2021)
10. Vizsla (477 cuccioli nati nel 2021)
11. Setter gordon (210 cuccioli nati nel 2021)
[fonte: “I Nostri Cani” giugno 2022- rivista ufficiale ENCI]

Pochi ma buoni? C’è da augurarselo ma soprattutto, ci sarebbe da adoperarsi affinchè così fosse.

Da quello che è emerso dai dati raccolti esclusivamente sui social infatti, solo il 55% dei soggetti praticano l’attività venatoria, provenendo quasi certamente da una selezione orientata in tal senso e, nella migliore delle ipotesi, venendo destinati a tramandare la genetica cacciatrice attraverso un piano riproduttivo mirato e responsabile.
Quale siano l’origine, il valore venatorio ma soprattutto il destino della restante consistente parte (il 45%!) non ci è dato saperlo, ed è un gran peccato.
La buona notizia è che i social raccontano solo una parte della storia e, una volta integrate con i numeri derivanti dalla “vita vera”, le percentuali resistuiscono un quadro leggermente più ottimista per cui dei circa 1000 mille soggetti censiti il 65% va a caccia mentre solo il 35% resta sul divano.

E’ interessante notare come questo rapporto matematico valga sia sul totale complessivo come sul parziale della stragrande maggioranza delle regioni italiane, in particolar modo in quelle con una solida tradizione venatoria, con una sola importante eccezione: il Piemonte, dove nonostante siano presenti oltretutto ben 6 Allevamenti riconosciuti, il sondaggio segnala una netta preponderanza di soggetti (65%) non dedita all’attività venatoria.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando, ecco la cartina che illustra la diffusione geografica del Bracco Italiano nel 2022, e nella quale con tonalità più o meno cariche di viola si indicano le regioni con maggiore e minore densità di Bracchi Italiani – fino alla Valle d’Aosta che per quanto ci risulta è zona de-bracchitalianizzata.

La maggior parte dei soggetti censiti risiede in Lombardia – che è anche la regione che ospita il numero più alto di Allevamenti riconosciuti (12 di cui 5 multirazza) – e il 75% di essi viene usato a caccia.
La seconda regione più florida è l’Emilia Romagna nella quale addirittura l’81% dei bracchi può definirsi un cacciatore e gli Allevamenti presenti sono ben 8, di cui solo 3 sono multirazza.
Podio quasi parimerito per Piemonte, eccezione alla regola di cui ho parlato poco sopra, e Toscana nella quale il 65% dei soggetti va a caccia nonostante i pochi affissi presenti (solo 3, tutti multirazza).

Medaglia di legno per un altro ex-aequo tra Lazio, con 7 Allevamenti di cui 3 multirazza e il 60% dei soggetti con regolare porto d’armi, e Veneto in cui troviamo 4 Allevamenti dei quali sono multirazza la metà del totale come del resto i bracchi qui destinati alla caccia.
Subito dopo, con 1 solo Allevamento multirazza riconosciuto ma il 60% di bracchi cacciatori troviamo la Liguria.
Premio della critica invece alla Puglia, che con solo 3 Allevamenti monorazza mette tutti dietro destinando ben il 91% degli esponenti di razza alla pratica venatoria.

In cima alla parabola discendente ci sono poi le Marche con 2 Allevamenti monorazza e il 60% dei soggetti uso caccia. Segue l’Umbria con 1 solo Allevamento ma l’81% dei bracchi di qui ha licenza di uccidere.
A ruota la Calabria con 2 Allevamenti multirazza ma ben il 95% di cani da caccia all’attivo.

Al di sotto delle 30 unità censite ci sono il Trentino Alto Adige in cui è presente 1 solo Allevamento e i bracchi da caccia sono un abbondante 70%. Stessa percentuale in Sicilia con 1 solo Allevamento multirazza e in Friuli Venezia Giulia, dove è però gli Allevamenti sono 2.

Con numeri davvero bassissimi, chiudono la classifica:
Campania con 2 Allevamenti multirazza e una percentuale di soggetti destinati ad uso caccia di poco superiore a quelli da compagnia.
Sardegna in cui è presente 1 solo Allevamento riconosciuto ma quasi tutti i bracchi del territorio sono cacciatori.
Abruzzo in cui non risultano Allevatori e ci sono solo 4 bracchi censiti, di cui 2 vanno a caccia e gli altri 2 no.
Basilicata con zero Allevamenti e pochi soggetti che però sanno distinguere un merlo da un fagiano a differenza dei loro pochi omologhi residenti in Molise, che sono divanisti e contenti.

Come dicevo all’inizio, non sono qui per offrire risposte ma nuove fondamenta sulle quali costruire o almeno intavolare un dibattito.
Alla luce di questo ritengo che, seppur basata su dati approssimativi e sicuramente incompleti, la raccolta di statistiche che ho elaborato possa contenere spunti di riflessione interessanti e ci tengo ancora una volta a ringraziare le tantissime persone che hanno fatto la loro parte diventando protagonisti del sondaggio.

Mi piacerebbe che questo diventasse un appuntamento annuale – utile oggi ma soprattutto domani – e chea partecipare fosse un numero sempre crescente di braccofili, al di là di ogni invidia o squadrismo.
Perchè come vedete, alla fine, siamo tutti parte della stessa statistica e chi sceglie di defilarsi non solo non compare ma, di fatto, non esiste, facendo un torto a se stesso ma soprattutto al nostro amatissimo Bracco Italiano.

1 comment

  1. Ritengo pregevole questo lavoro pur da prendere con tutte le accortezze del caso da te, del resto, indicate. A questo proposito ricordo di aver letto, in passato, che la stima del numero dei Bracchi italiani presenti in Italia fosse di circa 4/5 mila soggetti. Il dato però, che mi ha colpito è quello decennale fornito dall’ ENCI, con la media di 704 cuccioli annui. E’ un dato granitico. Non saprei come definirlo altrimenti. E sembra oscurare ogni progettualità in relazione ad un aumento. La speranza è che non ne risenta il lavoro sulla salute e sulla qualità funzionali. Grazie per il lavoro svolto.

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