Lo scacco della regina

L’alba dell’ultima giornata di caccia ci sorprese in auto mentre aspettavamo un amico.
Fresco di licenza, aveva insistito per uscire a caccia con me e Ulisse e quando si presentò la congiunzione stellare idonea, lo chiamai e ci organizzammo.
L’appuntamento era per le 7 ma mi trovavo sul posto del ritrovo ben prima, visto che ogni volta che vado a caccia la sveglia non ha bisogno di trillare poichè la voglia d’uscire all’avventura mi fa passare la notte in uno stato di dormiveglia continuo e di sicuro è così anche per il mio bracco Ulisse, che distingue il collare da lavoro da quello del tempo libero a meraviglia accogliendomi con salti e mugolii d’eccitazione ogni qual volta mi sorprenda a preparare l’occorrente per la nuova giornata venatoria.
Il mio amico sbucò puntualissimo davanti al muso della jeep, e di buon passo ci avviamo verso i luoghi designati per quell’ultima mattinata.

Dopo mezzora di tornanti e sali scendi per le gole del nostro bell’appennino, arrivammo sulla strada che scorreva a fondo della valle dove intendevo cacciare. Parcheggiai, ci vestimmo e quando fummo pronti feci scendere il bramoso bracco che ormai d’ alcuni minuti uggiolava impaziente nel bagagliaio, pronto a dar sfogo alla sua passione.
Era una giornata fredda, nella notte appena trascorsa aveva gelato e una spessa brina ammantava la natura rendendo il paesaggio cristallino.
Ci tuffammo subito nel bosco che dai piedi della valle saliva su per il monte ricoprendo tutto il versante che ci interessava. La salita servì a scaldare i nostri intorpiditi corpi, mentre ci affannavamo per tenere il passo del forte bracco che si era già calato nella parte martellando la boscaglia in cerca della tanto ambita preda.

Il bosco sembrava creato da un Dio Silvano per attirare e coccolare le beccacce, poichè oltre alla varia vegetazione che si alternava tra querce, carpini e qualche raro abete, il terreno era ricoperto da una fitta accozzaglia di rovi che rallentava il nostro incedere fornendo al contempo una buonissima protezione ai suoi abitanti.
Inoltre come a dare un tocco artistico, c’erano numerose polle d’acqua sorgiva quasi messe li apposta ad attrarre numerosi animali in cerca di cibo e protezione dal gelo.

Il bravo Ulisse non aveva bisogno d’indicazione per cercare la fatina che tanto desideravamo incontrare, e il suo passo era sicuro e veloce: rallentando e trottando quando sentiva un’emanazione sospetta se riteneva che un determinato posto potesse ospitare la regina, spingendo di prepotenza tra i rovi e la ramaglia per battere quanto più terreno possibile.

Deviando sulla destra, uscimmo dalla volta degli alberi e ci incamminammo verso un calanchino ricoperto di pini, presso i quali speravo di trovare qualche cosa d’interessante ma così non fu.
Prima di salire ulteriormente, feci fare a Uli una puntata verso il torrente a valle per cercare di capire dove le beccacce avessero potuto trovare riparo.
Anche da questa “puntata” il bracco rientrò senza incontri, se non i consueti caprioli onnipresenti nel nostro territorio.

Ormai ero convinto che nonostante la nottata fredda, le regine fossero rimaste in quota, non rimaneva altro da fare che rimboccarsi le maniche e continuare a salire. Scelsi di fiancheggiare un paio di torrentelli che scendevano tra una fitta vegetazione, ma anche questa scelta non risultò infruttuosa.
Dopo un paio d’ore di caccia senza incontri, visto che tutti i ragionamenti fatti fino ad ora si erano rivelati dei veri buchi nell’acqua, puntammo verso “dei buoni” dove in questa stagione avevo sempre scomodato qualche lungobeccuta.

Il bracco sembrava sceso dall’auto da 5 minuti tanto era l’ardore che dimostrava e che lo portava ad aprire e a cercare la sua preda come fosse in un turno di gara, macinando e smacchiando incurante di graffi e ferite. Nel cambiare versante per andare a controllare l’ennesimo buono, Ulisse iniziò a filare nel campo che divide i due boschi, poi riavvolgendo il filo lasciato dall’animale, a testa alta si piazzò immobile a circa 200 metri sopra di noi, ancora ben lontani e con un notevole dislivello da compiere per portarsi sul cane.
Camminando il più velocemente possibile, arrivai a ridosso d’Ulisse, sempre immobile in ferma.

Alzando i piedi per non schiacchiare gli erboni ghiacciati, affiancai il bracco e mi complimentai con una veloce carezza sulla sua solida schiena. Mi guardai intorno e vidi che la situazione era sfavorevole. Un muro di rovi si ergeva di fronte a me, dando al posto i connotati più da rimessa di cinghiali che “buono “ per beccacce. Davanti al muso del cane si apriva una specie di polla d’acqua circondata dai rovi che si estendevano per un buon tratto del bosco.
Entrare era impossibile, da fuori non si vedeva niente.
Invitai Uli a guidare ma lui restò immobile. Pensai che il selvatico fosse abbastanza vicino da giustificare un tale atteggiamento. Tornai fuori al limite del bosco e cambiai piazzamento.
Di nuovo non vedevo nulla.
C’erano questi maledetti rovi che si arrampicavano ovunque chiudendo la visuale, così decisi di tornare sul bravo bracco, sempre immobile tutto teso sull’emanazione della possibile preda.

L’incitai a entrare e questa volta si mosse, ma non davanti a sé, ruppe la ferma, uscì dal margine del bosco e si portò avanti 20 metri per rimettersi fermo al suo interno indicando l’estrema sinistra del roveto. Probabilmente nel tempo in cui avevo provato a cambiare posizione, l’animale si era sottratto di pedina, spostandosi il più lontano possibile da noi scocciatori. Feci per andare sul cane, ma stavolta la beccaccia che sopportato fin troppo, partì a mille coperta dalla fitta vegetazione. Non riuscì mai a mirarla, così richiamai il cane e cercando di fare ordine e chiarezza tra le mie idee, ci rimettemmo sulle sue tracce.

Credendola un animale “impaesato”, conoscitore dei luoghi, pensai di non andare dritto sulla sua possibile rimessa, ma di aggirarla e cercare di non farle condurre il ballo.
Quindi salimmo ancora facendo un semicerchio e dopo circa un’oretta stavamo scendendo verso il luogo in cui ritenevo si fosse imboscata. Il bracco conosceva bene la zona, memore di altre battaglie condotte con fatine maliarde, così ispezionava con grandissima attenzione ogni posto che poteva ospitare l’ambita preda.
Nello scendere arrivammo in un punto in cui diversi rivoli d’acqua, quasi dei torrenti, si univano ad una serie di cascate incidendo il terreno e creando una serie di dossi, salti e piccole isole, in cui solitamente abbonda una selvaggia vegetazione.
Il rumore generato dallo scrosciare dell’acqua era così forte da coprire qualsiasi suono, compreso il campano del cane così che quando questo sparì alla vista, non fui in grado di capire la direzione da lui presa.
Sapevo che era fermo ma i minuti passavano e io non riuscivo a scorgere il suo roano manto nel fittume del bosco.

Ma ad un tratto risuonò il campano e in pochi minuti Ulisse fu di nuovo da noi.
Era andata, mi aveva fregato ancora una volta volando lontano da noi malintenzionati.
Fu l’ultima occasione di prendere quella beccaccia per questa annata, visto che il tempo stringeva e dovevamo scendere a valle per raggiungere le nostre famiglie.
Durante la discesa, pensai che in tutta sincerità non mi dispiaceva più di tanto il non aver catturato quell’ultima beccaccia.
Perchè la caccia è sempre domani e a casa mi aspettava una bracchetta di 7 mesi piena d’entusiasmo e di grandi speranze, compagna promessa di nuove e fantastiche avventure negli anni che verranno.
Lasciai il bosco sereno, consapevole che questa sopravvissuta e la sua prole saranno ancora lì a regalarci emozioni.