Al beccaccino in Toscana

In amore sono stato fortunato: oltre ad essere amato da una bellissima ragazza pisana, il caso ha voluto che anche nella sua famiglia ci sia un amore viscerale per i cani e – ciliegina sulla torta – suo padre cacciatore, sia un estimatore del cane da ferma.
Inevitabilmente, quando scendiamo in Toscana a trovare la sua famiglia, io e il padre di Giulia finiamo per andare a caccia e proprio in una delle ultime uscite, abbiamo trovato il posto adatto ad ospitare i beccaccini.
E’ una bellissima piana lontana da strade, case, ferrovie dove ci sono molti canali e bonifiche. Oltre a questi, ci sono numerosi chiari per gli acquatici che sembrano dipinti impressionisti per la bellezza e la maestria con cui sono tenuti e preparati.

Qui già a fine settembre avevamo fatto un bellissimo week end trovando diversi animali che avevano messo alla prova il setter Ray.
Secondo me infatti la caccia al beccaccino con il cane da ferma è una delle cacce più difficili e specialistiche che ci possano essere.
Il beccaccino è un animale che il cane ferma o non ferma, non ammette mezze misure.
Purtroppo questo vale solo per chi possiede uno spirito cinofilo poichè non sempre avere grossi carnieri equivale ad avere un cane bravo e ancora oggi gli sparatori-massacratori sono tanti, anzi troppi.
Detto questo, io ho sempre praticato questo tipo di caccia da quando un pomeriggio d’ottobre di molti anni fa vidi Rosco andare in ferma contro un canaletto da cui partirono 2 placidi beccaccini che riuscì a prendere con un incredibile coppiola. Da allora, quando è tempo di migrazione, un giro nei posti che possono ospitare la freccia alata almeno una volta a settimana è d’obbligo.
Purtroppo i territori adatti a ospitare questo magnifico animale nel mio atc sono molto limitati poiché è una zona collinare, per cui non ho mai avuto un riscontro delle capacità del mio cane al di fuori dei pochi posti che abbiamo a disposizione.
Cosi ho preso al volo l’invito del padre di Giulia di portare Ulisse sulle orme dei beccaccini toscani.

Sabato mattina la giornata si presentava parecchio calda, con un potente sole che ricordava più luglio che fine ottobre. Il terreno era perfetto, imbevuto d’acqua grazie alle recenti piogge.
Ci stivaliamo e siamo pronti a partire.
Si mollano i cani che di buona lena partono a battere i campi pregni d’acqua. La cerca si svolge in questi appezzamenti di terreno coltivati per lo più a prato, girasole e grano con qualche incolto, tutti intervallati da canali, canaletti, canaloni e qualche chiaro per le anatre.

Dopo una mezzoretta, battiamo un scolo laterale che nelle battute passate ci aveva offerto diversi incontri.
I cani sfondano per poi rientrare a vento contro di noi bordeggiando le rive di questo scolo. Vuoi la rivalità intrinseca dei due maschi, vuoi la troppa spavalderie, fatto sta che il primo becco lungo rischia di venire investito da Ray ed Ulisse, e sgneccando disgustato, ci sorvola rimettendosi a meno di 100 metri.
Richiamiamo e sgridiamo i cani per l’errore.
Vorremmo aspettare un paio di minuti per farli sgasare ma ci accorgiamo che dal canalone principale si stacca un bieco individuo in mimetica, che di buon passo si avvia sulla nostra possibile preda. Un po’ incazzati dal comportamento scorretto del postaiolo, rimettiamo in moto la truppa e il setter è il primo a fermare il beccaccino.

Quando arriviamo, il volatile parte in direzione del tordaiolo, nessuno può sparare e il mangiavermetti si mette in salvo volando chissà dove.
Maledetti postaioli bruciasiepi .
Con le balle un po’ girate, ci rimettiamo sul percorso prefissato e per tutta la mattina facciamo battere ai cani i campi senza che riescano a trovare altro se non verso la fine, quando vediamo un altro beccaccino alzato da un vagabondo che girava sparacchiando qua e là ad uccelletti.
La prima giornata si chiude con un nulla di fatto, se non la grande certezza che il mio bracco cerca e lavora la preda come nei terreni di casa.

Il giorno dopo speranzosi di migliorare la prestazione del precedente, arriviamo sempre di buon ora sul posto. Questa volta i campi sono quasi asciutti ma è presente una bella brezza che fa ben sperare. Quello che invece fa sorgere molte perplessità, è il numero delle auto parcheggiate lungo la strada. Quando poi la nebbia che offusca i campi si dirada, intravediamo numerosi capanni di cacciatori, impegnati ad attirare allodole. Incuranti di ciò partiamo e i cani sono ancora più determinati del giorno prima, dando l’impressione di essere consci di ciò che vogliamo che cerchino.
Cambiano l’andatura nei terreni e nei tratti dei canali che reputano adatti a ospitare il re dell’acquitrinio con atteggiamenti guardinghi ma nonostante il loro impegno, è solo dopo un’ora di caccia che vediamo la prima ferma, servita da una mia sonora padella.

L’animale, sberciando, vola dritto fino a scomparire alla vista ma siamo speranzosi e fortuna vuole che i cani lo ritrovino. Anche questa volta il beccaccino parte appena al limite di tiro e sembra andarsene incolume se non che a 70 metri, pare rimettersi per poi crollare a terra.
Andiamo sul posto, il setter ferma e poi riporta la calda preda ormai deceduta.
Molto contenti per le emozioni di questa prima parte della cacciata, continuiamo con nel nostro giro anche se ogni tanto ci imbattiamo in questi capanni da cui spuntano feroci occhi voraci, forse non solo di allodole.
Il clima cambia, da nuvoloso -nebbioso a un tiepido sole e grazie al vento l’aria lentamente si riscalda.
Facciamo una deviazione per battere un pezzo di territorio dove il giorno prima non avevamo pensato di mandare i cani ma poi desistiamo per la presenza eccessiva di capannisti. Nel completare il giro di ritorno battiamo una piana dove i canali sono disposti a pettine, con in testa un canale maggiore che in precedenza aveva dato buoni frutti.
Il livello delle acque è maggiore rispetto al solito, ma la speranza è l’ultima a morire. I cani non ci mollano e come vecchi amici, si dividono il terreno da battere senza trascurare i posti che anche ad occhio risultano idonei a ospitare becchi lunghi. In un triangolo di terra racchiuso tra canali, il bracco fa una leggera ferma, poi inizia a guidare ma capisco che non è sicuro.

Cautamente riprende la cerca che diventa minuziosa passando millimetro per millimetro questa specie di fetta di torta. Il setter l’asseconda ma non è su questa emanazione e continua a cercare in un altra direzione. A un certo punto, Ulisse capisce che sta sbagliando e inverte il senso di marcia, resosi conto di aver infilato il selvatico al contrario. Penso a un rallo oppure a una quaglia o a un’anatra ferita, visto che il cane si dirige verso un vertice ricoperto d’erbacce alte fino alla vita.

Ho il cane a una ventina di metri quando questi si immobilizza puntando deciso contro un erbario che ricopre un canale.

Avverto Alessandro, e vorrei aspettare il setter per fargli fare il consenso ma non ho fatto i conti con la preda la quale scatta sgnekkando, prima bassa, poi alzandosi verso il cielo rubandomi tutti e due i colpi. Maledicendomi per aver sbagliato il rigore a porta vuota,seguo il volo dell’animale, speranzoso di notare la sua rimessa ma un intenso fuoco di fucileria, accompagna il suo passaggio fino alla sua scomparsa dal nostro campo visivo. Non molliamo e cerchiamo altre prede grazie alla resistenza dei cani che, nonostante il terreno infimo, fino al luogo dove è parcheggiata l’auto continuano la cerca senza risparmiarsi.

Arrivati all’auto, carichiamo i nostri amici a 4 zampe, entusiasti delle emozioni che ci hanno fatto vivere. Personalmente sono molto soddisfatto di Ulisse che ha saputo plasmarsi perfettamente a un terreno che non aveva mai praticato, capendo subito chi era la preda e adattandosi a perseguire quello stupendo animale che è il beccaccino.
Tornati a casa, ho mostrato la superba preda alla piccola Olena la quale ingolosita dalle facili dimensioni di quell’uccello, ha iniziato a correre per casa con il beccaccino tra le fauci.
Se son rose, fioriranno…