Sgnek!

La vita e la morte sono parte dell’esistenza di ogni essere vivente.
Personalmente, sfuggendo ai dogmi imposti dalla religione e dalle usanze, ho sempre ritenuto che fosse più importante celebrare la nascita piuttosto che la scomparsa di un proprio caro. Ecco perchè, anche quest’anno, per ricordare l’anniversario della nascita del mio grande amico Rosco di Montericco, sono tornato a sfogliare il diario delle nostre uscite di caccia, occasioni nelle quali il nostro legame si faceva ancor più stretto, magico.
Quella che vi racconto oggi è una delle tante avventure vissute insieme.
Auguri Ro!

– Mi raccomando! Torna per le 11, anzi, le 10 e 30 che dobbiamo andare al pranzo dell’associazione e lo sai che il Papà vuole essere li puntuale! – mi apostrofò mia madre mentre, dopo una veloce colazione, mi avviavo a mettere gli stivali da caccia.
Ma sì, faccio giusto un giretto qui vicino, esco per far correre Ro – gli risposi, come se il mio bracco avesse bisogno di movimento dopo quelle 30-40 giornate di caccia dall’alba al tramonto…

Con il fucile in spalla scesi in cortile e ultimai i preparativi, mentre Rosco saltava e mugolava di felicità intuendo perfettamente l’imminente battuta.
Buono, sshhh,dai, smettila! – invano cercavo di zittirlo per non infastidire i vicini in quella nebbiosa domenica novembrina.
Attraversammo la statale, passammo le ultime case, poi come di consuetudine ordinai:<Seduto!> ubbidiente ma alquanto scoglionato, il bracco borbottando eseguì il comando, io caricai e poi gli diedi il via, iniziava così un’altra giornata di caccia.
Da dietro le finestre di casa, la nebbia era fitta, ma in campagna era un vero muro.
Mi avviai ben deciso a ispezionare alcune “polle” di acqua, fontanili e rigagnoli che ospitavano sempre qualche bella e nobile sorpresa, come un beccaccino, un’anatra, o qualche uccello nero in un’atmosfera che sembrava riportare la pianura padana al suo stato primordiale cancellando case, baracche, ferrovie e tutta quelle costruzioni che la hanno violentata e seviziata nel corso degli ultimi 100 anni di umana storia.
Puntammo al primo cumulo di letame, ottima pastura per i miei amici beccaccini, attirati per di più dall’acqua che sgorgava da un fontanile li vicino.
Piano,piano maledetto testone- sussurravo tra me e me guardando Ro che sicuro si dirigeva verso questo “buono”, senza dare la sensazione di avvertire. Una volta arrivato infatti, potei costatare che in terra non c’era traccia di fatte dei nostri amici lungobeccuti e che quindi potevamo passare oltre.


Dunque, se qua non sono, proviamo lungo i canali aperti, oppure nei prati.. – il tempo era poco e non potevo fare il giro di tutti i buoni come abitualmente facevo. Dovevo scegliere e “battezzare” i luoghi più adatti.
Così mi arrischiai e andai oltre, impaziente di arrivare ai prati bruciati, che già alcuni anni fa avevano regalato grandi soddisfazioni a me ma soprattutto al mio compagno di merende.
Stavamo perlustrando un canalone di bonifica quando dalla nebbia, spuntò un folletto bianco e nero, un breton, che correva su e giù dall’argine. Per evitate impallinate, iniziai a fischiare rivolto verso il bracco, giusto per farmi sentire dall’altro cacciatore che doveva essere nei paraggi.
Ro continuava a perlustrare il canalone, macinando nel vero senso della parola, la riva ghiacciata. D’un tratto si irrigidì in ferma, guardando nel nulla di fronte a lui. Fui subito sul cane, ma assieme a me arrivò anche la prima padella del giorno, accompagnata dallo sberleffo delle due anatre che “quakkando” scomparvero nella nebbia.


Mentre bestemmiavo coloritamente contro il cielo, per il mio modo di sparare così poco metodico, che mi portava e mi porta tuttora a sbagliare capi facilissimi e a impiombare animali lanciati a velocità impossibili, sentii una risata: – ahahahha, ragazzo,ragazzo, non te la prendere, soldato che fugge, buono per una altra volta ! – disse il cacciatore accompagnato dal breton avvistato in precedenza – capita a tutti,e tutti ci siamo passati ma in pochi lo ammettono, per sparare bene ci vogliono anni e anni di pratica e vedrai che in futuro ti rifarai – mi disse in tutta onestà.
Rimasi allibito dalla scena e non riuscì a sbiascicare nessuna frase di senso compiuto.
Oh, al Diavolo le anatre Ro, andiamo ai prati bruciati che abbiamo solo una oretta – dissi al cane che si era fermato vicino a me come per domandarmi il da farsi.
Passammo la ferrovia, poi il canale di bonifica in un punto guadabile, entrando finalmente nella zona battezzata dai più come “prati bruciati”.
Definire “guadabile” il punto dove passavamo, significa non rendere giustizia al gesto atletico che richiedeva la questione, passare da una sponda all’altra non era cosa da poco: l’acqua era alta circa un metro per tutto il corso del canalone, però c’era un punto in corrispondenza di una chiavica dove tra le due rive, dove un manufatto di cemento costruito sul fondo del canalone evitava crolli a ridosso della chiusa. Così, chi si arrischiava, e io ero tra quei pochi, doveva calarsi dalla chiusa cercando di centrare la piccola gettata di cemento che rallentava e abbassava il livello dell’acqua di quei 30 cm portandola ad altezza stivale. Se si sbagliava il punto di atterraggio nel salto dall’argine, si finiva a mollo e non c’era molto margine di errore…
Quindi scaricai l’arma mettendola a tracolla, mi calai dalla paratia e dopo aver preso la mira, con un colpo di reni cercavo di centrare “la passerella”. Per mia fortuna, il bracco entrava e nuotava in acqua senza problemi, quindi potevo concentrarmi totalmente sull’evitare di fare un bagno fuori programma. Molte volte utilizzavo la sua forza per risalire l’argine opposto, mettendogli il guinzaglio e usando la sua spinta.

Risaliti, caricai e iniziai a ispezionare i famosi “Prati Bruciati”, nome con cui erano stati battezzati dei prati stabili che tempo addietro, a causa di un incendio accorso a una casa li vicino, si erano incendiati completamente.
Questi campi erano e sono in parte utilizzati per le culture cerealicole, mentre la parte che mi è sempre interessata viene coltivata a “prato stabile” per la produzione di foraggio, ma la cosa fondamentale è che quando piove la terra diventa nera, quasi putrescente e se la stagione favorisce questo processo, sono numerosi i migratori che trovano qui pastura…tra questi i nostri amici beccacini.
Il giro che intendevo fare creava una specie di “O”: avremmo costeggiato il canalone fino all’inizio di un grosso filare di roveri per poi tornare indietro, tagliando in mezzo ai prati e controllare i canaletti che li solcavano da parte a parte, quasi fossero marcite.
Anche il cane memore di precedenti esperienze con i selvatici in questi posti, sapeva quali erano le rimesse e i buoni dove si potevano incontrare i nostri amici, per cui mentre certi terreni li tagliava velocemente, in altri entrava in punta di piedi e controllava con la massima concentrazione.
Anche lungo il canalone si comportava nella medesima maniera, rallentando in corrispondenza di quei tratti dove si potevano incontrare i selvatici. Fu così che ad una ansa, il bracco rallentò notevolmente, e scodinzolando entrò dentro il canalone.
Mi portai su di lui che nel frattempo si stava fermando, quando schizzarono alcuni metri più in là 3 beccaccini seguiti dalle due fucilate del mio fucile.
Quello preso di mira si impennò ma non lo vidi cadere, così stupito, portai il cane sulla direzione presa dal branchetto, ormai scomparso nella nebbia.
Improvvisamente il cane ruppe il trotto e si bloccò in ferma.
L’ affiancai di corsa e vidi che davanti al suo naso ad alcuni metri c’era il beccaccino caduto.


WOW – esclamai, soppesandolo in mano, per poi pettinarlo e riporlo nella giberna.
Dissi al cane che era ancora vicino a me- dai, trova i suoi amici! e ci avviamo circospetti nella nebbia.
Ricaricai e ci lanciammo in un’ ora di caccia che non dimenticherò mai, tra ferme, fucilate, padelle e centri che si susseguivano in un scenario reso magico dalla nebbia e dal silenzio, rotto solo dai baci delle saette alate e dai guizzi del re dell’acquitrino.
Neanche un’anima in giro, solo la mia e quella del mio grande amico Rosco.