Di Bracchi Italiani che vanno a caccia ce ne sono tanti ma non tantissimi, di cacciatori giovani, esperti e braccofili ancor meno.
Le probabilità che le due fenomenologie convergano e si incontrino sono quindi molto basse, ma poichè questo si verifica quotidianamente nel mio soggiorno ho deciso di approfittarne al fine di riportare sotto i riflettori il discorso venatorio, proponendovi uno sguardo sul Bracco Italiano attraverso gli occhi di un cacciatore.

Parlaci di te e di come è nata la tua passione per il Bracco Italiano.
Mi chiamo Andrea Vaccari, sono nato a Reggio Emilia nel 1984 e i Bracchi Italiani sono al mio fianco da quando avevo 17 anni.
Fino ad allora ero sempre andato a caccia con mio nonno e i suoi amici, cosa che mi aveva permesso di seguire e conoscere ausiliari di ogni tipo: dai cani da ferma, in particolare Setter, Pointer, Viszla e Kurzhaar, agli Springer fino ai Segugi.
Con grande sorpresa di tutti fu però il Bracco Italiano a rubarmi il cuore, il giorno in cui scorsi sul calanco di fronte al quale stavamo cacciando noi, l’incedere magnifico di due bracchi seguiti a poca distanza che colui che poi scoprì esserne uno storico Allevatore: Antonio Ficarelli.
Abitando a solo un paio di kilometri dal suo allevamento, sulle colline di Montericco, diventai una presenza fissa in casa di Antonio il quale, vista la mia giovane età e saggiata la mia fame venatoria mi prese sotto la sua ala, diventando il mio mentore per tutto ciò che riguardava l’allevamento e la caccia con questa magnifica razza.


Gli devo moltissimo.
Per tutte le esperienze che ha voluto condividere con me, per il punto di riferimento che è stato nella nostra vita e per ciò che mi ha dato modo di creare affidandomi uno dei suoi preziosi cuccioli: Rosco di Montericco.
La scomparsa di Antonio ha lasciato un vuoto incolmabile, non solo per me ma per la miriade di cacciatori e cinofili che gravitavano intorno alla sua saggezza e alla sua infinita umanità.
A distanza di tre anni, l’istinto di passare a trovarlo per sedersi davanti al camino a parlare di cani è ancora fortissimo, e uscire a caccia con un bracco italiano è per me il miglior modo di onorarlo e di sentirlo vicino.
Qual è la cosa più importante che Antonio ti ha insegnato e che ti va di condividere?
Antonio era un uomo estremamente riservato, di molti fatti e poche parole.
E quando si trattava di bracchi italiani, l’unico fatto che realmente contava era la caccia.
Per lui la caratteristica da pretendere era la concretezza, da giudicare valutando ogni azione ed intento del cane in base alla sua utilità, come se si avesse sempre il fucile in mano.
Allo stesso tempo bisognava sempre ricercare il “bravo tra i belli” poichè la morfologia corretta è quella che oltre a rendere un bracco esteticamente tipico, lo rende soprattutto funzionale.


E tu quali caratteristiche prediligi in un Bracco Italiano?
Venaticità, tipicità e resistenza.
Una volta sganciato non gli deve mai mancare la voglia di trovare un animale.
L’inesperienza o la scarsa familiarità con territorio o tipo di selvaggina sono un altro discorso, il cane deve sempre mostrarsi smanioso, desideroso di incontrare una preda.
Preciso che questo non ha niente a che fare con l’abbattimento, non per forza: semplicemente un buon cane da caccia è tale anche perchè sa di dover lavorare non per se stesso ma per il fucile. Vederlo applicarsi in tal senso per me è indispensabile.
Dopodichè la tipicità della razza nelle forme, nella pische, dell’andatura e nell’approccio al vento la distingue e, a mio avviso, la eleva rispetto ad ogni altro cane da ferma.
La resistenza data dalla struttura muscolo-scheletrica è poi uno dei maggiori punti di forza del bracco italiano, in quanto gli permette di sorreggere intere giornate di caccia anche negli ambienti più impervi come i calanchi reggiani senza colpo ferire e senza mai perdere eleganza nel movimento e negli atteggiamenti.



Cosa ti emoziona di più nella caccia col Bracco Italiano?
La commistione dei tre elementi di cui sopra è l’aspetto della razza che mi emoziona di più: vedere un bell’esponente di razza che da tutto se stesso per soddisfare le aspettative del cacciatore senza mollarci mai, in virtù dell’avidità e della potenza strutturale che gli sono proprie, è uno spettacolo.
Se a questo si aggiunge un minimo di stile e un pizzico di eleganza, il quadro è completo.
Per la sua espressività mentre interroga il vento fino all’aggancio dell’effluvio alla filata, dalla ferma alla guidata, il Bracco Italiano è in assoluto l’ausiliare più bello e scenografico da vedere sul terreno.


Cosa invece ti piace meno o ti fa arrabbiare?
Del bracco italiano niente.
Dei braccofili, quando si sguazza nel battibecco ma si rifugge il confronto sul campo.
A proposito di campo, qual è il terreno ideale per un Bracco Italiano?
Il Bracco Italiano ha un grande pregio: adattarsi con facilità a qualunque ambiente.
Nelle piane aperte, come le risaie, le colline o i calanchi, allarga la cerca in profondità.
In zone chiuse come i fitti o il bosco lavora scrupolsamente più sotto, modulando la propria attività, le energie e l’andatura in base alle condizioni del suolo, della flora e del tipo di selvatico che va a insidiare – che nel suo caso possono essere fagiani, quaglie, starne, pernici, beccacce, beccaccini ma anche anatidi, volpi e lepri.

Tra gli omologhi del gruppo 7, quale razza gli è più affine e quale più distante?
C’è molta affinità con lo Spinone e con tutti i bracchi ma, secondo me, il più vicino in assoluto è il Kurzhaar.
Le razze più distanti sono ovviamente quelle di matrice inglese, quindi Setter e Pointer: diverse per metodo, stile e mentalità.
Ciò non significa che non si possa lavorare insieme, tutt’altro: quando un inglese e un continentale uniscono le forze il divertimento è assicurato!



Cosa distingue il Bracco Italiano?
La morfologia: inconfondibile per i profili del cranio, l’ampiezza del tronco, il colore del mantello e lo sguardo dolce.
La forza fisica e la resistenza, che sono conseguenza di una struttura tipica e di un’andatura corretta.
L’adattabilità ai diversi tipi di selvaggina e alle condizioni climatiche e ambientali.
L’approccio al terreno che lo rende piacevole da seguire, assaporando ogni fase dell’azione e condividendo le stesse emozioni.
Il collegamento e l’affiatamento col conduttore-cacciatore.
L’intelligenza che migliora col tempo e permette al bracco di crescere e progredire per tutta la vita, anche sul lavoro.


Un punto di forza e un punto a sfavore
Un punto di forza da non sottovalutare è il continuo miglioramento che sta interessando la razza, dalla sua riselezione a questa parte, e che è fondamentale riconoscere affinchè questo possa proseguire nella giusta direzione.
Un punto a sfavore possono essere i costi di mantenimento.
Quali aspetti vorresti continuamente migliorati?
La salute e la precocità di ferma.
Un mito da sfatare?
Oltre ai soliti circa la pesantezza, la lentezza e i problemi di pelle?
Che il Bracco di oggi non sia competitivo ovvero che le sue performance non siano all’altezza del confronto con la concorrenza, a caccia come in prova.
Bisogna ricordare da dove si è partiti e per farlo basta soffermarsi su qualche fotografia o ascoltare i racconti di chi ha vissuto il Bracco Italiano negli anni ’60-’70, per comprendere la grandiosità del lavoro che allevatori ed utilizzatori hanno operato sulla razza. Non solo l’hanno resa più salubre, tipica e atletica ma le linee di sangue in cui non si è mai persa di vista la funzione hanno saputo dar vita a soggetti notevolissimi, con tutte le carte in regola per imporsi sul terreno e cosa più importante, trasmettere certe qualità alle prossime generazioni.


Cosa limita la diffusione della razza?
Il fatto che il Bracco Italiano sia un cane di taglia abbondante, che talvolta sbava ma soprattutto che richiede un investimento.
Non tanto per acquistarlo o per mantenerlo quanto in termini di dedizione, costanza e pazienza.
E’ un cane che non vuol essere considerato solo un mezzo per il fine venatorio, da trascurare abbandonato in un box per poi mollarlo in campagna con la pretesa che ci obbedisca o che lavori insieme a noi.
Va curato tutti i giorni, anche nell’aspetto educativo, rammentandogli all’occorrenza anche i comandi più scontati, non perchè tenda a dimenticarseli ma perchè le idee che prendono forma nella sua testolina pensante certe volte gli sembrano più interessanti delle nostre. E non è sempre facile convincerlo del contrario.
Provare a spiegargli cosa ci aspettiamo da lui sul terreno è tutta un’altra pratica: bisogna dimostrargli di avere polso senza offenderlo, di essere assertivi senza urtarne la sensibilità, di voler assecondare il suo istinto senza per questo diventare uno scendiletto.
E’ una sfida che ti misura come persona e ti mette alla prova come cacciatore, è quindi ovvio che non sia agognato nè da chi non si ritiene all’altezza nè da chi vuole tutto, subito e facile.
La realtà è che basta avere il pallino della caccia e un grande amore per il proprio cane: questi sono i due assunti fondamentali per cominciare un percorso col Bracco Italiano, il quale è naturalmente predisposto ad entrare in sintonia con noi per condividere la passione che abbiamo in comune.
Noi dobbiamo solo dedicargli del tempo per conoscerlo, capirlo e trovare la combinazione giusta per collaborare e vivere insieme tante fantastiche avventure.




Perchè un cacciatore dovrebbe scegliere il Bracco Italiano?
Un cacciatore dovrebbe scegliere il Bracco Italiano perchè è un ausiliare collegato e meno estremo, soprattutto dei suoi omologhi inglesi. Ciò lo rende più godibile per chi vive la caccia assaporandone ogni momento e ogni dettaglio, specialmente del proprio cane in azione. La sua adattabilità al terreno, sia come varietà del suolo che ambientale ma anche intesa come possibilità di apertura, lo rende oltretutto più adatto a contesti diversi e quindi meglio gestibile anche per chi è alle prime armi sia con l’arte venatoria che con questa razza.
Inoltre il Bracco Italiano ha un carattere d’oro e sia nei confronti di altri cani che delle persone non è mai litigioso nè aggressivo. Doti che si spendono benissimo anche in periodo di silenzio venatorio, quando il Bracco diventa un perfetto cane da famiglia e da divano.


Da dove comincia il neofita?
Creandosi una buona base di cultura cinofila a 360°, leggendo tutto e il più possibile senza pregiudizi e senza beatificare il Verbo di nessuno. Quella sui libri e su internet deve rappresentare un’infarinatura di base dalla quale partire per poi essere liberi di fare le proprie esperienze uscendo col cane e lavorando con lui per interpretarne la psiche e il carattere. Il Bracco Italiano infatti è un cane sensibile che va saputo maneggiare e anche in questo senso molte letture possono essere d’aiuto a chi non sa bene da che parte cominciare.
Un’ottima idea può essere quella di farsi affiancare da un professionista per correggere eventuali vizi o evitare di commettere errori, oppure da un braccofilo più esperto che possa indirizzarci. Le persone che hanno a cuore questa razza nel suo impiego originale sono ancora molte e sono sicuro che davanti ad un giovane appassionato che con umiltà chiede consiglio, non si tireranno indietro.
Alla luce di tutto questo, sarà importante scegliere un cucciolo figlio di cani sani, tipici e rigorosamente cacciatori.
Dopodichè viene il bello e col nostro bracchetto si dovrà cominciare dall’inizio, cioè dall’educazione di base, insegnando i comandi più semplici, interagendo il più possibile, portandolo con noi ovunque per esporlo al mondo con tutti i rumori e le circostanze del caso, ma soprattutto per creare con lui un legame di intesa e fiducia che ci agevolerà anche nel lavoro sul campo.
Una cosa che non dovrà mai mancarci è la pazienza, perchè il Bracco Italiano ha in genere tempi di apprendimento e maturazione più lunghi, non perchè è stupido ma perchè al contrario essendo un cane riflessivo e ragionatore ha bisogno di meditare su certi concetti prima di farli suoi, e la cosa non ci deve scoraggiare.
Ad aprirgli la mente e a trasformarlo rivelandone la stoffa, sarà comunque la caccia, alla quale possiamo avvicinarlo -senza troppe pretese!- già dai primi 6-7 mesi di vita.


Cosa si può fare per promuovere la razza tra i cacciatori?
Secondo le proprie possibilità ed inclinazioni è fondamentale che ognuno faccia la propria parte. Fare la propria parte nell’interesse della razza significa darle visibilità in qualunque occasione e con ogni mezzo possibile, blog e social compresi, possibilmente senza mai slegarla completamente dall’utilizzo venatorio.
Tanto per cominciare bisogna portarla a caccia, perchè quella sul terreno è la miglior vetrina e garantisce la migliore pubblicità. Poi si può partecipare ad eventi di ogni tipo, dalle verifiche zootecniche ufficiali (ENCI) alle “garette del formaggio” con la speranza di proporre il bracco ad un pubblico sempre più numeroso e variegato.
Questo oltre ad essere utile per la diffusione della razza, è prezioso per la nostra crescita, possibile solo attraverso il confronto con gli altri braccofili e non.
Un pò perchè vedere all’opera le altre razze aiuta a comprendere meglio la nostra e un pò perchè solo mettendosi in discussione con spirito critico e mente aperta si può aggiustare il tiro e migliorare, come cacciatori come cinofili e come Amatori del Bracco Italiano.




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