Horcrux reloaded

365 giorni senza le codine impazzite che si rincorrono per Montericco, se ci penso mi viene da piangere.
Lo so cosa pensate, è passato un botto di tempo e sta storia degli Horcrux non è ancora stata archiviata.
Sembra impossibile, nevvero? Comunque no, assolutamente no.
Anzi ho deciso di rendere l’internet partecipe della nostalgia che mi attanaglia il cuore.
Ebbene si, gli adorati 9 cucciolini,
frutto di due cucciolate importanti, figli dei figli di Rosco e Ulisse – uniti nel nome della più nobile causa: dare continuità a questa linea di sangue per noi tanto preziosa – hanno compiuto il loro primo anno di vita.
Fosse per me, da brava stalker seriale quale modestamente mi ritengo, organizzerei un apericena settimanale per farmi 2-3 orette di affari loro, sbaciucchiarli, giocarci insieme e robe, ma per fortuna dei proprietari, li abbiamo disseminati talmente tanto bene per il globo, che a questo punto almeno un paio di loro farei fatica a reperirli
.
Quindi niente apericena, state manzi.
D’accordo, magari non potrò più spupazzarmeli, non tutti insieme forse, però posso raccontare al mondo di loro e, come in tutte le storie veramente pallose, posso farlo partendo dal principio.


Tanto per cominciare, declino ogni responsabilità riguardo la scelta dei nomi.
Capite bene che Gino, Gina, Ciro, Macchia, Bianca e Leone sono nomi davvero troppo inflazionati, fosse dipeso da me almeno un Awanaga Dancing in the moonlight di Montericco, da qualche parte ce l’avrei schiaffato.
D’altra parte, prendetevi tutto il tempo che vi pare per darvi pace del nome Mantello, io ancora non me ne rendo conto!

In ognuno di loro abbiamo intravisto da subito un enorme potenziale, delle doti particolari: Mantello e il suo tonaca di frate perfetto (nomen omen), Bianca dall’impeccabile istinto, la caccia nel sangue di Bebi (che se ve lo steste chiedendo sì, era anche la più piccolina), Gina bella bella in modo assurdo, Ciro l’anticonformista (nonchè Piccolo Ulisse), la leadership di Gaio, il naso infallibile e la straordinaria bellezza di Macchia, la struttura possente di Leone, il deus ex machina di Grappo Gino.
E in tutti loro, l’essenza del bracco italiano.

Decidere di separarsene non è stato facile ma ancor più complicato, fu assumermi la responsabilità di selezionare quei bipedi che sarebbero diventati i custodi dei nostri tesssssori.


Perchè quando si tratta di vendere dei cuccioli, non avete idea di cosa ci sia là fuori.
Verrà un giorno in cui descriverò, con dovizia di particolari, tutti i casi umani nei quali l’ingenuo proprietario di cagnolini da piazzare può incappare nel percorso, ma non è questo il giorno.
Come antipasto, posso dire che conservo gelosamente tutti i messaggi scambiati con sconosciuti dispostissimi a venire domani coibbbambini a ritirare il cane e che poi ovviamente non si sono mai più fatti vivi; o con quelli che si sono fatti mandare dalla sottoscritta (scema io!) fotocurriculumeanalisidelsangue di 5 generazioni addietro, dichiarandosi estimatori della nostra linea di sangue e che poi il cane lo sono andati a prendere da Cosoquell’altrocheconquesticaninonc’entragnente, perchè gli ha chiesto 100 euro meno.

Comunque, nonostante i perdigiorno già abbondantemente preventivati e – grazie alla decennale esperienza di Antonio in fatto di spaccamaroni – sapientemente schivati, riuscimmo nell’impresa e nel giro di pochissimo tempo i ragazzi cominciarono ad abbandonare il nido.
Grappo Gino fu il primo a lasciarci, poi toccò a Mantello – il più richiesto su Facebook – seguito a ruota da Leone.
Povero Leone e poveri noi, se chiudo gli occhi sento ancora la suoneria di notifica del messaggio di qualcuno che chiedeva ma perchè è più grosso degli altri? adesso posso dirlo: signori, perchè mangiava che pareva pagato!
Che poi scusate, ma per quale altro ragionevole motivo un cucciolo può essere più vergognosamente grasso degli altri?
Gli ultimi a partire furono Bianca, Ciro e la mitica Bebi…anche se alla fine l’indemoniata non si mai allontanata troppo da qui.

In cuor mio, speravo di non essere incappata in (troppi) cagnari, di aver trovato veri amanti degli animali, persone con le quali poter mantenere i contatti, che diventassero parte di questa nostra grande famiglia.
Oggi, ad un anno di distanza dall’affidamento di tutti i cuccioli, pur riconoscendomi delle leggerezze da principiante, posso dire di aver fatto un buon lavoro.
Ecco quindi uno spiegone di cosa ne è stato di loro, chè magari qualcun altro ci si era affezionato o semplicemente si convince a leggersi questa roba nella speranza che io poi non ne parli mai più.
Non te lo posso promettere.

Leone di Montericco

Avevo già dedicato un post a Leone, pardon, Sir Leone di Montericco, che ora vive a Londra.
Probabilmente è stato quello che ha lasciato il segno più profondo nei cuori di tutti – stazza a parte, era di una delicatezza infinita – ma per quello che mi riguarda, penso sia stato anche tra i più fortunati.
A parte che se la dorme tra 7 cuscini, a parte che è sommerso dai giocattoli ed ha un giardino enorme a disposizione sua e di suo fratello 12enne Reeko, a parte che i suoi padroni lo portano a correre tutti i santi giorni e lo trattano come un figlio, Leone ha trovato delle persone che lo amano per quello che è. Un compagno di vita ma prima di tutto un cane da caccia, dotato di un indubbio istinto predatorio da assecondare e soddisfare.

Se dovessi descrivere con una parola il rapporto che si è creato tra lui Carol e Dave, i suoi proprietari, sarebbe venerazione.
Assoluta e reciproca.

Si sono trovati e si sono riconosciuti, che nella vita è come vincere la lotteria e noi l’abbiamo vinta con loro.

Mantello di Montericco

Mantello & Tracey
Mantello & Tracey

Eccone un altro che tutti i giorni alle 5 prende il tè.
Vito (così si fa chiamare oltre Manica) e la sua mamma inglese Tracey, sono venuti a trovarci in occasione dell’Esposizione Internazionale di Pisa il mese scorso, e finalmente io e Andrea abbiamo potuto riabbracciare il mini-Roschino.
Da cucciolo Mantello era quello che per spavalderia e attitudine vocale più ci ricordava suo nonno. Per fortuna crescendo non ha seguito la vena poetica tracciata dal suo avo, rinunciando precocemente ad un brillante futuro da tenore notturno.

Vito [Mantello di Montericco] 1 year old

In compenso ha la stessa identica passione per le femmine del sud, infatti si è subito innamorato di Olena, tanto da pretendere una foto ricordo insieme…idea che lei ha accolto col solito entusiasmo.

Lo volete capire che io sono di alto lignaggio? Mò questo che vuole?!

Oltre ad essere un bel soggetto (nella sua prima gara italiana ha riportato risultati notevoli!), Vito ha un carattere meraviglioso ed è la gioia della sua padrona – rigorosamente cacciatrice! – già entusiasta delle doti naturali del suo cagnolone che mentre scrivo, è alle prese con la selvaggina delle lande scozzesi.
Lui e Tracey formano una coppia splendida, complici, affiatati e felici, il top del top.

Bebi di Montericco

Con quegli occhietti languidi pensava di fregarci tutti e infatti ci è riuscita.
Piccolina ma con una tempra da leonessa, Bebi ne sa una più del diavolo e cresce indomita, dolce ed indipendente come la sua padroncina Camilla, seguita nell’esorcismo addestramento venatorio dal nonno Antonio.


Nel tempo libero ama scorrazzare in solitaria per le campagne reggiane, seminando il panico in tutte le forme di vita abbastanza sfortunate da incrociare il suo cammino. Per il resto è una bella bracchetta, solare e gioiosa con tutti, uno di quei cani strappacoccole che chiunque si porterebbea casa senza pensarci due volte…anche se prima dovrebbe vedersela con Camilla!

Di tutt’altra pasta è il nostro pupillo Grappo Gino: spigliato, giocherellone ma anche posato ed elegante, un signor bracco italiano, insomma.


Degno discendente dei nonni, è un vero latin lover.
Domenica scorsa, in occasione dell’ennesima carrambata tra parenti reggiani (sfiorando di tanto così l’apericena), trovandosi d’improvviso alle prese con ben due signorine, ha subito pensato di darci dentro senza pudore. Olena non glien’ha data vinta neanche una (ma lei se la tira sempre un sacco), con la Bebi invece ha avuto le sue soddisfazioni e per tutto il pomeriggio sono stati inseparabili.

Se qualcuno s’interrogasse su quanto dei primi giorni di vita rimanga nella memoria di un cane, vedendo Grappo e la Bebi, fugherebbe ogni dubbio: tantissimo.

Nonostante non si vedessero da mesi, questi due hanno subito ricreato un feeling unico ed è stato bellissimo vederli giocare insieme, un anno dopo, in questo stesso prato. Il tutto sotto lo sguardo spazientito di Olena che, essendo un anno più vecchia ma soprattutto di nobili origini, non tollerava gli atteggiamenti puerili e campagnoli dei cuginetti minori – vantandosi peraltro di essere l’unica a non aver bisogno del collare, chiaro simbolo di subordinazione nonchè accessorio davvero poco chic.

Bebi era quasi riuscita a farsela amica, finchè qualcuno ha tirato fuori una vaschetta di gelato e ciao!


Per aiutare Grappo Gino a convincere i padroni a prendere la benedetta licenza di caccia, abbiamo pensato di chiudere la rimpatriata con un bel giro nei prati dell’allevamento.
Abbiamo scoperto che il ragazzo ha stoffa da vendere e un crescente furore nei confronti della selvaggina più arrogante.
Appena sciolti è stata tutta una rincorsa, Bebi e Grappo si sono coalizzati lanciandosi all’inseguimento dell’inafferrabile Olena, che ora sarà pure ingrassata ma resta la bracca italiana più veloce del west.



Poi la natura ha seguito il suo corso.
Finito il tempo dei giochi, ognuno ha preso la sua strada seguendo odori diversi che li portavano al limitare del bosco, nell’erba alta e verso il laghetto, procedendo
individualmente e con grande entusiasmo, scambiandosi il terreno, nasi al vento in cerca dell’emanazione, non senza difficoltà per via del gran caldo di questi giorni.
Nella mezzora di luce rimasta, qualche bella azione di cerca e ferma ce l’hanno regalata, ed anche per una che non pratica la caccia come me, vedere i bracchi mettersi giù e lavorare il selvatico senza pensare a nient’altro, come se in quel prato esistessero solo loro, è sempre emozionante.
Perchè il bracco italiano è un cane da caccia.
Non puoi dire di conoscerlo veramente, se non l’hai mai visto trasformarsi mentre dal galoppo passa al trotto in un prato, la testa alta e il naso come una ventosa alla ricerca di un odore a cui aggrapparsi.
Lui è nato per quel momento lì e secondo me non è giusto negarglielo.

Anche per questo, le due cucciolate hanno avuto per noi una grande importanza sia dal punto di vista geno/fenotipico sia per quanto concerne la venaticità dei soggetti, aspetto questo, forse ancor più rilevante.
La stragrande maggioranza di loro infatti, viene e verrà utilizzata a caccia (7 su 9) dai padroni che se non erano cacciatori un anno fa, lo stanno diventando oggi, anche solo per abbracciare la natura del cucciolo che hanno portato a casa e che nel giro di così poco tempo gli ha cambiato la vita.
In questi 9 cuccioli il patrimonio degli antenati cacciatori è al sicuro e sarà messo a frutto prestissimo.
Noi nelfrattempo ci diamo da fare aiutandoli a crescere con tutti i nostri mezzi e soprattutto con la solita grande passione di Andrea. Sperando un giorno di riuscire a riunirli tutti quanti, magari per una bella giornata di caccia insieme.
E dopo, ve lo dico, ci sta da Dio un apericena.